Uccideteli da piccoli

È uscito un articolo su La Stampa la scorsa settimana, la solita solfa sul fatto che “gli architetti sono troppi”, uccidiamoli nella culla, eccetera. Non me ne sarei accorto: senza volerlo, molti di noi col tempo sviluppano l’automatismo di ignorare totalmente tutta una serie di amenità inutili, giusto per dedicare le proprie attenzioni alle cose più interessanti. L’avrei quindi serenamente ignorato nell’ideale cartella mentale dello spam, fino a quando qualcuno ha pubblicato di nuovo il link su NIBA (il Network Italiano dei Blog di Architettura curato dalla brava Rossella Ferorelli). Cliccato sul link, esce fuori questo:

“Ormai siamo troppi. Non iscrivetevi ad Architettura“. Sottotitolo: “L’Ordine attacca, ma l’Università non ci sta”. Siamo troppi.
Ma cosa intendiamo per “troppi”? Apro una parentesi, funzionale ad una possibile, personalissima riflessione su questo logoro argomento.
La prossemica (accento sulla e) è una costola dell’antropologia che raggruppa le osservazioni e le teorie sul rapporto tra gli individui e il loro contesto spaziale. Stare a una certa distanza dal nostro simile nel rapporto di affari, nell’atto erotico, nella riunione politica, nella disposizione degli spazi urbani e delle funzioni in un edificio, ha un significato preciso. Tale significato varia col mutare della distanza, e queste distanze possiedono valori diversi in modelli culturali diversi. Lo studioso che per primo indagò questi aspetti della comunicazione, coniando lo stesso termine proxemics, si chiamava Edward Twitchell Hall Jr (1914, 2009), ed era un grande amico e collega di Marshall McLuhan. “The hidden dimension” del 1967 (in edizione italiana “La dimensione nascosta”, per i tipi di Bompiani) è il suo scritto più noto, oltre che uno dei testi fondamentali che ogni architetto dovrebbe avere in biblioteca.
In sintesi, Hall spiega molto chiaramente come, in un dato ambiente, la distanza alla quale ci si sente a proprio agio con altri individui vicini dipende dalla propria cultura. I popoli arabi, ad esempio, tendono ad avvicinarsi molto, anche gomito a gomito se possibile, annullando di fatto quella che Hall definisce distanza intima; differente sarà il concetto di distanza ideale nei rapporti sociali tra individui nel mediterraneo, o nei paesi nordici, o in giappone: ad esempio, gli europei tendono in genere a tenersi fuori dal raggio d’azione del braccio.
Una delle parti più interessanti della teoria di Hall, spesso sottovalutata rispetto alla più nota individuazione delle quattro zone di distanza (intima, personale, sociale e pubblica), riguarda le situazioni di sovraffollamento, ovvero quelle condizioni di convivenza tra individui oltre la soglia massima di densità e di tensione sopportabile. Hall richiama l’esempio di un esperimento condotto dal 1958 al 1961 dallo psicologo John B. Calhoun su una colonia di topi selvatici norvegesi, costretti per qualche generazione a convivere in spazi minimi ad una densità doppia rispetto alla normale soglia di sopportazione per questi animali: la popolazione veniva strategicamente mantenuta in una situazione di stress per studiare il fenomeno degli effetti del sovraffollamento su diverse generazioni, ipotizzando da principio come esito dell’esperimento una caduta di popolamento, o morìa da stress.
Ma avvenne ben altro: Calhoun potette osservare, col tempo, tutta una serie di impreviste, impressionanti distorsioni comportamentali nella condotta della maggior parte delle sue cavie, tanto da dover coniare un termine, fogna del comportamento (con fogna usata metaforicamente per indicare un ricettacolo di brutture, degrado e rifiuti). Questo fenomeno, secondo le parole di Calhoun, rappresentava “il normale esito del comportamento di una qualunque colonia animale costretta a vivere troppo addensata. Le condizioni malsane della parola non sono casuali: la fogna del comportamento porta al parossismo tutti gli elementi patologici che possono essere presenti in un gruppo”. In effetti, rispetto alla norma, tra le cavie si osservarono interruzioni e disfunzioni nella costruzione delle tane, nella condotta sessuale, nella riproduzione, nell’allevamento dei piccoli e nella organizzazione della colonia. Dalle autopsie degli individui deceduti si ravvisarono anche gravi conseguenze fisiologiche imputabili allo stress: reni, fegato e ghiandole surrenali quando non malati apparivano estremanente dilatati, in condizioni di estremo affaticamento; le femmine in particolare raggiunsero un tasso di mortalità pari a tre volte e mezzo le condizioni normali, decedendo per malattie all’utero e alle ovaie, oltre che per complicanze da interruzioni di gravidanza. In questo modo si squilibrava la proporzione tra i sessi, aggravando ulteriormente le condizioni delle femmine superstiti, ancor più tormentate dai maschi. La sopravvivenza dei feti era di 1/4 rispetto alla norma, compensata in parte dall’esasperazione della frequenza delle attività riproduttive. Venne inoltre notato che i maschi dominanti restavano gli unici esemplari a palesare comunque un comportamento normale, e a mantenere buone condizioni di salute: per tutti gli altri esemplari subordinati era tutto stravolto, con picchi di aggressività esasperata, pansessualità ed estrema paura. Molte cavie si isolavano dalle relazioni sociali e sessuali, per andare in giro sopratutto quando gli altri topi dormivano.
Non è un bello spettacolo.
Quindi: anche il topo, animale notoriamente resistente, non tollera condizioni di disordine e di densità esasperati. Figuriamoci quanto potremmo tollerarle – traslando l’esempio citato da Hall della colonia di Calhoun all’analisi dei rapporti tra gli esseri umani – noi architetti. Allora potremmo dire che il presidente dell’Ordine degli Architetti di Torino, così come altri prima di lui, hanno ragione quando affermano che “siamo troppi”? Secondo me no.
Secondo me il problema è mal posto. L’osservazione “siamo troppi” non è mai ben contestualizzata. È una affermazione di comodo, oltre che indice di un anacronistico atteggiamento di chiusura protezionistica, detta da chi vuole mantenere posizioni rispetto ai tempi che cambiano. E per di più, detta non so quanto in buona fede.
Infatti ho una personale teoria su questo argomento: credo che non si possa dire seriamente di essere “troppi” se è anche vero il dato che, come architetti, abbiamo un misero 3% di quote nel mercato (sì, business) delle costruzioni in Italia. Il vero problema è che, ammettendo che siano parecchi, gli architetti in Italia costruiscono (o meglio, contano) poco o nulla.
Secondo me, prima di allarmarsi per la imminente fogna prossemica per i poveri architetti italiani, a mio avviso non così imminente, il presidente di un Ordine dovrebbe cercare di porsi qualche domanda sensata in più (e magari girare le stesse domande al Consiglio Nazionale, così, tanto per capire se qualcuno è in grado di rispondere). Immaginiamoci questo presidente di Ordine porsi finalmente delle questioni fondamentali. Le butto lì, alla rinfusa:
- Come facciamo a recuperare quote di mercato, in modo da erodere share a nostri sedicenti colleghi (intendendo principalmente i geometri che “scantonano” nell’architettura, o pseudo-tale), e far lavorare più volenterosi giovani architetti?
- Come facciamo a non depauperare questo patrimonio ed aprire più strade, anziché limitarci a fare i gatekeeper?
- Riconosciamo come Ordini che, dalla nostra posizione tanto privilegiata quanto – nei fatti – inutile, anzitutto perché non siamo mai riusciti a chiarire definitivamente e in modo netto la querelle delle competenze, abbiamo anche noi una responsabilità nel fatto che gli architetti in Italia sono irrilevanti più che altrove, o vogliamo continuare a lagnarci del destino cinico e baro, e che “prima si stava meglio”?
- Siamo in grado, come Ordini Provinciali, di fare squadra e raggiungere una massa critica tale da far crescere seriamente la nostra professione in Italia?
- Abbiamo senso, in fin dei conti, come Ordini e come Consiglio Nazionale? Cosa abbiamo fatto, seriamente, per i nostri iscritti negli ultimi 40 anni?
- Non sarebbe ora che qualcuno di noi, negli enti come nella professione, per dedicarsi magari finalmente ai nipotini, facesse un passo indietro per far posto ad altri più preparati e volenterosi?
Non so se qualcuno risponderà mai a queste domande. Anzi, non so nemmeno se qualcuno all’interno delle istituzioni nate per “rappresentare i nostri interessi”, seriamente, queste domande se le sia mai poste.
Ovunque ci troviamo in Italia, se ci affacciamo alla finestra più vicina a noi e guardiamo fuori, possiamo davvero affermare che in questo Paese non c’è più spazio per gli architetti? Non scherziamo. Ci si lamenta che in Italia c’è un architetto ogni 400 abitanti (uno ogni 100 “famiglie”, chiamiamole convenzionalmente così, se consideriamo una media di 3-4 persone per ogni nucleo sociale sotto lo stesso tetto): se è vero che questa densità architetto/abitante è superiore alla media europea, potremmo anche dire che l’Italia in particolare è uno dei Paesi al mondo col più urgente bisogno che i suoi beni (non solo privati e non solo appartenenti ai nostri 100 potenziali clienti, vivaddio) vengano conservati, restaurati e restituiti alla vita delle città e dei territori. E tale valorizzazione/riqualificazione – a livello architettonico ma anche a livello urbanistico o paesaggistico – chi potrebbe curarla se non un architetto preparato specificamente? Oltretutto, proprio per questa singolarità dell’Italia come unica al mondo in ricchezza del paesaggio (costruito e non, finché dura), sarebbe necessario che qualsiasi nuova opera oltre una certa soglia dimensionale – esageriamo: ogni opera di rilievo pubblico, un po’ come in Francia – che in ogni caso su tale delicato paesaggio andrà inevitabilmente ad incidere, sia oggetto di attenzione progettuale da parte di tecnici laureati con una preparazione culturale adatta ad affrontare il tema. Appunto, architetti.
Ovviamente queste ipotesi rappresentano un traguardo ideale, la chiara lontana utopia a cui tendere. La realtà è molto più desolante, oltre che complessa e contraddittoria: pur avendo l’Italia potenzialità di lavoro immense per noi architetti, e pur essendo concentrato in Italia un terzo degli architetti europei, l’Italia si distingue anche per uno strano paradosso. E cioè la più bassa percentuale, sul totale delle pratiche edilizie, di progetti firmati da architetti. Con l’aggravante che questi sparuti progetti, ammettiamolo, per la stragrande maggioranza non sono proprio memorabili, anzi.
Dell’inefficienza degli Ordini si è già detto, e le stesse facoltà di Architettura italiane, fin troppo capillari e – salvo singole eccezioni – così scarsamente autorevoli, non aiutano di certo, se non chi siede comodamente alle cattedre (a cui, diciamolo una buona volta, fa molto comodo la profusione di iscritti, se non altro per istinto di conservazione: fa sorridere la frase nell’articolo su La Stampa del preside della II Facoltà di Architettura, “Abbiamo già messo un limite alle iscrizioni che si sono ridotte da 750 a seicento”…).
In sintesi, ci sarebbe molto da fare per noi architetti quì in Italia, ma non contiamo praticamente nulla, stretti come siamo tra due lobbies contrapposte (gli Ordini e le Facoltà), con l’aggravante della crisi economica più devastante degli ultimi decenni.
Ho avuto modo di affermare che già a livello internazionale siamo relegati a diventare dei “decoratori urbani”: quando va bene, riusciamo a mettere là il nostro “pezzo” (pur apprezzatissimo dai media e pubblicatissimo in tutto il mondo) spesso rinunciando a incidere seriamente su una riqualificazione globale del territorio, il quale va per la sua anonima, triste e inesorabile deriva entropica. In Italia, ancor peggio, chi può mantiene allo sfinimento posizioni elitarie ormai indifendibili, mentre nella pratica comune molti di noi vengono visti come dei costosi “supergeometri” (per cui è più pratico ed economico per il committente andare a chiamare l’originale, probabilmente anche meno spocchioso): tanto per peggiorare le cose, non cerchiamo di stabilire un rapporto serio con il cliente, privato o pubblico che sia, e spesso ci facciamo trovare impreparati rispetto alle richieste più banali o a nostro giudizio triviali, piagnucolando poi nella deriva protezionistica.
A onor del vero, quindi, se già le cose vanno male spesso siamo noi stessi – o i nostri rappresentanti – a peggiorarle ulteriormente, e di conseguenza a far lavorare alla grande i nostri competitor (geometri e anche ingegneri, non ce ne vogliano) a nostro discapito: se quotidianamente, nella routine, utilizzassimo come fanno i nostri colleghi nel resto d’Europa gli argomenti che contraddistinguono il nostro mestiere rispetto ai cloni che ci stanno mettendo ai margini, rivendicando le nostre competenze e cominciando a fare squadra, a lavorare in sinergia con le altre aree tecniche ciascuna nella sua specificità, e sopratutto evitando di fare loro concorrenza al ribasso (economicamente, ma anche professionalmente), forse si otterrebbero risultati diversi.
Come si dice, il futuro è nelle nostre mani. Cerchiamo, se possibile, di riprendere quota. Dobbiamo ricominciare ad impegnarci noi per primi, e pretendere di più dalle istituzioni che ci rappresentano. Riflettiamoci: se solo qualcuno delegato e pagato per farlo (ho citato gli Ordini, o il CNA) pensasse a farci recuperare, che so, un misero 2% di mercato – di cui ancora non andrei troppo fiero, ma accontentiamoci – semplicemente promuovendo la nostra professionalità a livello di normativa, passeremmo dal 3 al 5%, e avremmo praticamente il doppio delle attuali commesse. Quindi non lamentiamoci soltanto, ma pretendiamo con gli strumenti ancora a nostra disposizione che i nostri delegati lavorino per noi. Alziamo il telefono, facciamoci sentire, marchiamoli stretti. Altrimenti, al prossimo turno, mandiamoli a casa.
Quindi: ecco perché, almeno secondo me, non siamo troppi. Il recinto in cui stanno cercando di farci credere intrappolati semplicemente non esiste. Non stiamo soffocando per troppa densità. Non siamo – per lo meno non ancora… – i topi di Calhoun. Il 3% del mercato è del tutto inadeguato per la nostra categoria professionale, inadeguato per il nostro Paese. E il solo motivo per cui cominciamo ad azzannarci tra noi è una certa sensazione di claustrofobìa indotta ed eterodiretta, che non ha ragion d’essere se non quella di essere funzionale a lasciare le cose come stanno, e deresponsabilizzare chi ci ha portato a questo punto. Semplicemente, accade da troppo tempo che chi dovrebbe occuparsi di questo mestiere ai piani alti è autoreferenziale e lontano dalla realtà, e quindi non ci rappresenta degnamente.
Pretendiamo di più. Vediamo di cominciare a scegliere meglio chi ci rappresenta – a tutti i livelli – e iniziamo noi stessi, quotidianamente, a rimboccarci le maniche, e non pretendere di lavorare, alle soglie del 2012, intorno al nostro cortile. Spostiamoci, andiamo in giro a vedere cose, impariamo da chi è più bravo di noi, troviamo il modo di collaborare seriamente con altri per essere più forti, accumuliamo esperienze ed utilizziamole per aumentare il nostro valore personale e di categoria, guadagnare quote di mercato o aprire altre strade: lo stress è stato da sempre una delle leve più efficaci a servizio dell’evoluzione.
Certo, come in qualsiasi processo evolutivo ci saranno delle “vittime”: in tanti, scoraggiati, cambieranno idea sul loro futuro. Molti abbandoneranno questo mestiere. Ma da sempre tanti architetti, anche abilitati, fanno tutt’altro nella vita, e anche con profitto: non credo che più laureati italiani in Architettura a fare altri mestieri in giro per l’Italia o anche fuori possano realmente nuocere alla società. Anzi.
Poi sarebbe bello vedere tra le vittime dell’evoluzione e della dannata crisi, disarcionato dalle posizioni di comodo, anche qualche vecchio (o giovane) arnese che ha contribuito a condurre a questo punto morto la nostra professione: ritrovarselo per contrappasso a friggere patatine al McDonald’s sarebbe una bella, amara soddisfazione. In realtà c’è poco da sperare: come nell’esperimento di Calhoun gli esemplari dominanti, anche nella crisi e nella fogna prossemica, godono sempre di ottima salute.
(novembre 2011)