Icone. E stampelle.

Rem Koolhaas. Nella teoria e nella pratica, direttamente o indirettamente, negli ultimi 30 anni chi fa questo mestiere gli è in qualche misura debitore. Nel 1996 ho visitato per la prima volta la sua Kunsthal di Rotterdam, e al suo interno ho esclamato: “Oh mio dio”.

Poi con il Prada Transformer – la prima architettura cinematica alla sua scala – mi è sfuggito un: “Oh dio”.

In queste ore Koolhaas-OMA svelano il loro progetto per il concorso Binhai Mansion a Shenzhen, uno degli innumerevoli edifici alti da realizzarsi su uno degli innumerevoli lotti irregolari adiacenti ad una delle innumerevoli arterie stradali di una delle tante metropoli cinesi. “Oh”.

Certo, questo lavoro di OMA non entrerà probabilmente nella Storia dell’Architettura, o tra gli edifici più rappresentativi dello studio, ma ci è utile per indagare alcuni aspetti del modo in cui un progetto, fisicamente, se ha l’ambizione di potersi concretizzare come edificio concreto, deve scendere a patti con la realtà. Ed è proprio questo intrigante compromesso che intendiamo approfondire, nel cruciale “salto di specie” di un’idea progettuale dall’empireo delle ipotesi al mondo reale con le sue leggi fisiche.


Secondo il testo che accompagna le prime immagini del progetto, la “particolare forma” dell’edificio (che volete, ormai le abbiamo viste tutte, non ci stupiamo più di nulla) è nata per via di levare attraverso opportune “slices” diagonali — due: una in alto, una in basso — eseguite sulla “massima estrusione” di volume proiettata dalla forma del lotto.

La soluzione di facciata a trasparenze differenziate – una sorta di geometrico trompe l’oeil nella visione da lontano – non è male, e per qualcuno il giochino potrebbe apparire interessante:  se ne potrebbe perfino ammirare il risultato per qualche decina di secondi passando in auto sull’arteria di cui sopra (nella descrizione contenuta nel press-kit, il progetto esplicitamente è fondato sulla visione dinamica dall’automobile, in una sorta di rigurgito corbusiano).

Il problema è che gli edifici, questi strani oggetti con la gente dentro che ci si ostina a progettare come grossi posaceneri, o portavasi, hanno per così dire un vezzo: debbono stare in piedi. E come si sa debbono essere capaci di sostenere in modo adeguato, oltre che il loro peso proprio e quello di esercizio, anche le sollecitazioni orizzontali dovute ad altri stranissimi accidenti, apparentemente ignoti a molti di noi, che si chiamano sismi. Debbono quindi, in caso di pericolo, resistere strutturalmente in modo tale da permettere la fuga di chi vi trova all’interno (per lavoro o come visitatore, al primo piano come all’attico con vista spettacolare) in tempi ragionevoli. Noi – ma anche altri, attraverso il principio di similitudine – abbiamo già detto altrove che c’è una grossa differenza tra far stare in piedi un posacenere o una struttura più grande e complessa, qual’è un edificio.

Quindi, cosa accade? Se in principio le due divertenti “slices” che hanno provocato il nostro Oh! formalmente funzionavano, qualcuno si è accorto presto che, in basso, appoggiare l’edificio su un unico spigolo non sarebbe stata una grande idea: un po’ come salire su un albero parzialmente lavorato a colpi di scure. Si rischia grosso.

Quindi, ecco la trovata: inserire una provvidenziale torre-ascensore sotto lo sbalzo. Tecnicamente, un puntello. Una stampella.

Altri prima di Koolhaas sono stati costretti a ricorrere a questo stratagemma – fin dalla statuaria greca classica, con tronchi ed arbusti in posizioni strategiche – per cui nulla di che scandalizzarsi.

Ma la forma di un edificio, tanto più una forma su cui l’intero progetto fa perno, avrà maggiore ragion d’essere se trova in sé, o in una certa coerenza interna – anche strutturale – le condizioni almeno per fronteggiare le leggi fisiche fondamentali. E questo oggi è tanto più possibile rispetto a ieri, per il grado di controllo che riusciamo ad avere attraverso i nostri programmi BIM, sofisticati come non mai nel prevedere il funzionamento del nostro edificio in tutti i suoi aspetti fin dalle prime fasi di progettazione.

La stampella appare come un ripiego, e a nulla – a mio avviso – contribuisce se non ad una sensazione di non-risolto, di chiuso con grande fretta. Non credo che la torre ascensore sia stata una scelta compositiva espressamente voluta, tanto che nei bozzetti essa non compare mai. Se, ad esempio, nella Balancing Barn di MVRDV l’altalena appesa all’estremità dello sbalzo sta a sottolinearne ironicamente l’effetto-mensola esagerato sull’osservatore, nel Binhai Mansion il supporto sembra un banale ripiego, qualcosa di posticcio. Non ha nulla di ironico. Viene da pensare che abbia prevalso l’accanimento per una soluzione formale insostenibile, tale da giustificare perfino ineleganti soluzioni strutturali come il puntone-ascensore.

Alla vista dell’ennesima scatola vuota, o se vogliamo di una furbissima declinazione al botox del decorated shed, verrebbe da auspicare uno sforzo in più, almeno da OMA.

Si potrebbe obiettare: avercene di questi oggetti in giro per le metropoli di tutto il mondo, e inutile dire che Koolhaas non ha nulla da dimostrare a nessuno. Ma se parliamo tra gourmet, viene spontaneo un appello: chi ne ha le capacità oltre che occuparsi di business e progetti corporate messi in piedi in pochi giorni di lavoro torni a fare architettura, se possibile senza scorciatoie o – peggio – stampelle.

Perché  l’ oh mio dio! uno se lo deve continuare a guadagnare.


Post Scriptum: cosa ci sia davvero all’interno non è dato sapere, almeno in questa fase. Dicono “headquarters”, uffici e mixed-use tanto-al-kg: nemmeno nei rendering ci sono dettagli, dietro la soluzione di facciata si intravede una banale successione di solai: evidentemente non interessa granché nemmeno nel brief di concorso, ed è un peccato perché OMA dà sempre il meglio nelle soluzioni di distribuzione interna e nell’introduzione di nuove tipologie di circolazione e spazio comune.

In più: si tratta ovviamente di temi progettuali e budget differenti, ma nel CCTV Building, concepito sotto la guida di  Ole Scheeren come direttore degli uffici OMA di Beijing (Scheeren è un altro degli illustri spin-off di Koolhaas: anche negli uffici delle starchitects c’è il fenomeno della fuga di cervelli) forma e struttura vanno di pari passo, e l’una vincola strettamente l’altra. In molti hanno dipinto Scheeren come un rampante businessman più che come un architetto, ma non ci sono dubbi sulla arditezza strutturale della “sua” creatura, grazie alla quale un’altra “particolare forma” veniva concretizzata e fatta materia senza compromessi di alcun genere, e tantomeno supporti posticci…

In quel caso, ovviamente bravo anche Cecil Balmond, allora ancora in ARUP A.G.U. (Advanced Geometry Unit), che ha fatto in modo che il CCTV sia ancora integro dov’è.

Per chi vuole approfondire il lavoro di Shenzhen, quì in basso l’abstract in inglese del progetto, dal sito web di OMA.

Compared to cities even 50 years ago, we now typically perceive our buildings from a moving position, not from a fixed perspective. From the pedestrian to the automobile, the speed of our movement in cities has increased astronomically. But our buildings are still conceived as they always have been: from a stable position…

The site offers ideal conditions to conceive a building that comes alive through the energy of Shenzhen itself: we have placed a triangular tower on the irregular plot to generate a dynamic object that radically changes its character with the slightest shift in perspective of those that approach it. Sections are sliced off the tower to mark an entrance and a top, creating a multifaceted icon instantly recognizable yet different from each direction. The structure of the building creates an overall triangulation that makes it a sculpture, an effect reinforced by the subtle gradations of the facade treatment. A sculpture that works, a new way of being impressive…

The excitement of the exterior translates into an equally surprising inside: the triangular plan offers “natural” conditions of light and dark, exposure and depth, which accommodate Tencent’s endlessly varied needs. The predictability that spoils so many contemporary office environments (and makes work less inspiring than it could be) is avoided.

Today, considerable parts of a building’s life occur underground, hidden from view. Instead of a conventional plaza, we prefer to show that our building goes on underground by exposing the many activities that take place in the basement… The coming and going of Tencent’s workers evince the strength of the company.

By placing the elevator core in the far corner of the triangle, the actual entrance of the building coincides with the exact point where it touches the ground. (se posso: dove potrebbe essere l’ingresso se non nella porzione che ha contatto col terreno? NdA)

On the typical working floors of the building, the eccentric position of the core generates large, but unusually lively floorplates that offer a genuine diversity of exposure, scale, and atmosphere. Where most contemporary office buildings depend entirely on partitions to create workable interior conditions, the configuration of the Tencent building itself creates a wide range of architectural conditions that will facilitate, even inspire office planning. (in pratica si sta ammettendo che la posizione eccentrica della distribuzione verticale vincola la funzionalità dei piani: è evidente che la scelta formale ha condizionato a priori la soluzione strutturale della stampella eccentrica, che a sua volta comporterà una distribuzione asimmetrica delle funzioni nei singoli piani. È un compromesso accettabile, ma pur sempre è un compromesso… NdA)


FACT SHEET

Project: Headquarters in Shenzhen

Status: Competition: 2011

Client: Tencent

Location: Shenzhen, China

Program: Offices, Retail, Recreation, Library, IT Servers

Floor Area: 260,000m2 above ground, 70,000m2 below ground, 320,000m2 total

Height: 200m

©OMA/Rem Koolhaas 2011