Smetto quando voglio

Legge di Edward:
Sforzo * Tempo = Costante: dato all’inizio un tempo lungo per fare qualcosa, lo sforzo iniziale sarà modesto. Quando il tempo si riduce a zero, lo sforzo tende all’infinito.
Ad un certo punto ti dici: basta coi concorsi di architettura. Basta con i “piccoli cambiamenti dell’ultim’ora” dopo estenuanti team meetings in cui tutto era già chiaro, basta con le tappe forzate a turni disumani, con le notti in bianco davanti alle code di rendering a due giorni dalla deadline, basta con l’omino di DHL che attende con impazienza mentre, esausti, si sta sigillando un macchinoso plico anonimo multistrato. Basta con lo stillicidio dell’Attesa Dopo La Consegna.
Basta. E invece.
E invece ci ricaschiamo puntualmente. Ogni volta, se possibile, con maggiore entusiasmo.
E non diciamo “non sapevo fosse così estenuante”. Non ci crede più nessuno. Non abbiamo scuse. Se non basta l’esperienza personale di ciascuno di noi, Charles Holland già nel settembre 2010 era stato chiaro: come architetti dovremmo chiudere con questa pessima abitudine tutta nostra, con questa dipendenza cronica. Con estrema lucidità, Holland elencava ben dieci ragioni per cui dovremmo evitare di entrare nel tunnel delle gare di progettazione.
Ragioni che traduco di seguito, cercando di stamparle in testa a futura memoria. Allora, per chi ancora non l’avesse capito, o ha curiose amnesie selettive sull’argomento, ecco perchè non si dovrebbe partecipare ai concorsi di progettazione:
1. È una enorme perdita di tempo e di risorse. Esiste per caso un’altra simile industria, o meglio professione, che sperpera tanto tempo e denaro per offrire il proprio lavoro? Per caso vedete in giro chirurghi intraprendere una serie di operazioni astratte e non pagate per convincere qualcun’altro a farsi operare, che so, all’anca? No.
2. È una pratica con cui date via i vostri asset principali (le vostre migliori idee) gratis. Al di là di queste idee, il resto è routine.
3. È molto probabile che non vinciate. È la dura realtà. Molti riescono meglio di altri nei concorsi, ma nessuno li vince tutti e la maggior parte spesso perde.
4. E anche se vinceste, è molto improbabile che il progetto venga realizzato. Gran parte dei concorsi sono solo speculativi: non nel senso che il committente abbia il desiderio di un’architettura sperimentale, ma nel senso che ci sono pochi fondi a disposizione (se ci sono) e che lo stesso committente non informa mai i partecipanti di tutti gli ostacoli concreti al progetto.
5. Quindi, c’è solo una cosa peggiore che perdere un concorso, ed è vincerlo (almeno, alla lunga).
6. I concorsi sono un modo terribile per accaparrarsi un progetto. Immaginate un sistema in cui volete qualcosa, ma non siete sicuri di cosa esattamente essa sia. Così stilate una lista di cose che pensate di volere, ed invitate tutti nel mondo ad inviare le loro idee su come potrebbe essere. Non avete altre forme di interazione con loro se non quella di comunicare – quando possibile – via mail e, alla fine, non potete far altro che sperare per il meglio e scegliere la proposta che vi piace di più. È questo, in sintesi, l’iter dei concorsi di architettura. È un po’ come avere un blind-dating via internet, ma meno divertente.
7. I concorsi vi portano a pensare seriamente a quello che state progettando – che so, la Oslo Opera House o una New Town fuori Madrid – ma in realtà non è proprio così. O almeno, finché non avrete l’incarico, è solo per finta.
8. Nessuno al mondo capisce realmente perché lo fate. Col tempo si sono abituati al fatto che non uscite, o che rifiutate di andare in vacanza o che vi dimentichiate di lavarvi per giorni. Ma pensano sempre che, in fondo, siete strani.
9. Potete fare a meno dello stress. Tutto quel tempo. Tutto quello sforzo. Le notti in bianco e le schiene spaccate a stampare e completare le tavole! I collaboratori inviati nei luoghi più remoti a portare a mano il materiale, chiuso oltre il limite temporale di spedizione! L’attesa snervante di risultati che a volte non arrivano nemmeno! Onestamente, potete farne a meno.
10. Ricordate: non sarà il fallimento ad uccidervi. Sarà la speranza.
(Charles Holland, “Dear Other Architects” in Fantastic Journal, 1/9/2010)
E invece. Eccoci quì, ancora una volta, freschi come una rosa, all’inizio. Pronti per il massacro. Quando potevamo benissimo, per dirla con Holland, scendere al pub e farci una birra, e magari trovare casualmente un nuovo vero cliente che ha bisogno di noi.
Anche Charles Holland, nonostante le buone intenzioni, appartiene come molti di noi all’ideale circolo degli Architetti Anonimi Partecipanti a Concorsi di Architettura. Che ogni volta diciamo sempre a noi stessi: smetto quando voglio, è l’ultima. Sarà poi così? 🙂
(settembre 2010 – novembre 2011)
