Cadere dalle nuvole. O del pasticciaccio brutto di MVRDV a Seoul.

“Se vuoi parlare della vita devi prima pensare alla morte”. Maurizio Cattelan, Firmato Cattelan, 2007. Nell’immagine sopra: “The falling man”, Richard Drew.

Coincidenze. Oppure no.

Anno 2011. Seoul, South Korea. MVRDV, uno degli studi di architettura più avanzati al mondo, viene chiamato a progettare su un lotto all’interno del masterplan Yongsan Dreamhub, firmato da Daniel Libeskind.

Tra il 7 e l’8 dicembre 2011 lo studio olandese presenta alla stampa la sua nuova creatura: due grattacieli collegati tra loro a metà altezza da una sorta di “nuvola” di voxels, gli ormai onnipresenti pixels tridimensionali: ormai è chiaro che in futuro gli storici di architettura bolleranno inesorabilmente questo approccio volumetrico come “so 2009”.

Il progetto, denominato col termine evocativo “The Cloud”, viene subito pubblicato su tutti i più influenti siti di architettura del mondo. Gli stessi MVRDV presentano l’opera sul loro sito e aggiornano i propri status su Twitter e Facebook con le immagini dei curatissimi rendering di Luxigon (finalmente, altro che le pessime immagini a corredo delle discutibili Future Towers di Pune, di cui abbiamo già sparlato).

Tutto bene? Non proprio.

Già pochi minuti dopo la presentazione in tutto il mondo cominciano ad apparire in calce agli articoli e su Facebook alcune perplessità. Nei commenti i primi bisbigli occhiuti si trasformano presto in dichiarate manifestazioni di avversione, quando non di accesa repulsione per il progetto, anche da parte di coloro che fino a qualche ora prima erano assoluti estimatori della firma. Ma cosa è accaduto esattamente? Qual’è il problema?

Semplice. The Cloud somiglia in modo imbarazzante ad un altro edificio. Stavolta siamo oltre i memi architettonici, o il modus operandi, o la citata ripetitivité infettiva (a proposito: l’argomento “MVRDV+9/11“ è diventato esso stesso un meme in Twitter). Il fatto è che le torri di MVRDV sembrerebbero molto, troppo simili ad altre, ben più famose, inconfondibili torri gemelle: proprio loro, quelle torri gemelle del World Trade Center di NY. E il fatto tragico è che purtroppo le richiamano tristemente alla memoria proprio nel peggiore momento della loro storia, ovvero nell’attimo che le ha letteralmente cancellate, dieci anni fa, da Manhattan e dal mondo.

A ben vedere le due torri di Seoul non sono della stessa altezza, a differenza di quelle del compianto WTC, ma la visualizzazione quì sotto è inequivocabile nel rendere la somiglianza (più in basso, il termine ideale di riferimento).

(Photo by Spencer Platt/Getty Images)

Il parallelismo è ovviamente forzato e paradossale. Non so quanto i colleghi olandesi abbiano espressamente voluto tutto questo, perlomeno non credo si aspettassero una reazione globale di questo livello. E sinceramente non ce li vedo come sponsor del terrorismo internazionale, o autori di uno spietato sciacallaggio, ci mancherebbe altro. Stiamo cercando di capire il meccanismo del rapporto tra questa architettura ed uno dei tabù più imponenti del nostro tempo, provando a chiederci come questo rapporto effettivamente sia nato e sopratutto quanto consapevolmente.

In ogni caso gli insulti seri (al netto delle trollate a vanvera) a Winy Maas e soci sono tutti motivati, nei commenti agli articoli e su Facebook ma anche nelle recensioni della stampa internazionale, dalla presunta mancanza di rispetto da parte di MVRDV per le vittime del crollo del WTC, per i loro familiari e per tutti coloro che hanno contribuito in quella tragica occasione a salvare delle vite, spesso a rischio o a sacrificio della propria.

(Stiamo imparando da queste reazioni globali che un edificio, volendo, può esaltare o mancare di rispetto a molte persone semplicemente per forma. E questa cosa ci fa comprendere il potenziale inutilizzato dell’architettura, che con i mezzi di condivisione oggi a disposizione rappresenta un potentissimo medium comunicativo ancora prima di essere costruita. Il rischio è quello per noi architetti di comportarci da apprendisti stregoni, incapaci di gestire in modo positivo questo potenziale).

MVRDV ha risposto con un comunicato stampa internazionale in lingua inglese, in cui si nega qualsiasi riferimento volontario all’11 settembre:

MVRDV regrets deeply any connotations The Cloud projects evokes regarding 9/11.

The Cloud was designed based on parameters such as sunlight, outside spaces, living quality for inhabitants and the city. It is one of many projects in which MVRDV experiments with a raised city level to reinvent the often solitary typology of the skyscraper. It was not our intention to create an image resembling the attacks nor did we see the resemblance during the design process. We sincerely apologize to anyone whose feelings we have hurt, it was not our intention.

The design inspiration of The Cloud is visualised in the first image on our website, a cloud covering the centre of the Sky scraper.

Questa precisazione non ha convinto praticamente nessuno: anche perché c’è troppa stima in giro per MVRDV da poter pensare che non se ne fossero accorti. Infatti c’è un’altra dichiarazione in patria del 9 dicembre da parte di Jan Knikker (Head Public Relations & Business Development in MVRDV) in lingua olandese al giornale Algemeen Dagblad, in cui molto più realisticamente, e qualche ora prima che la polemica andasse fuori controllo, afferma:

Ik moet toegeven dat wij ook even aan 11 september 2001 dachten (Debbo ammettere che anche a noi è venuto in mente l’11 settembre…)

Se posso permettermi, era ovvio. Era ovvio, mentre si progettava un’impianto planimetrico con due torri a base quadrata disposte agli angoli opposti di una griglia modulare 2×3, perfettamente identica a quella su cui si fondava il WTC (sottolineo: perfettamente identica, anche nell’orientamento della diagonale della griglia su cui sono collocate le due steli), farsi qualche scrupolo in più. Era ovvio che si chiudesse – direi quasi per automatismo – un cortocircuito con uno degli eventi più deflagranti degli ultimi decenni, tanto più se aggiungiamo una “nuvola” a mezza altezza. Era ovvio. E forse, perché no, è stato anche voluto. Secondo me soltanto dopo, in nome del “politicamente corretto” e anche per non inimicarsi intere porzioni di globo, è stata presa la posizione del non è vero, dell’ogni riferimento a fatti reali è puramente casuale, del far finta di cadere dalle nuvole.

È una mia opinione, non so quanto condivisibile: non penso proprio che, per uno strano scherzo del destino, da una delle innumerevoli combinazioni progettuali su cui si stanno divertendo Winy Maas e i grandi nomi dell’architettura internazionale sia emersa così, per caso, una sinistra somiglianza con uno degli spettri più inquietanti della contemporaneità. Non siamo a un test di Rorschach, non si tratta di interpretazione, e neppure di somiglianza: i due progetti sono separati dalla nascita, inutile negare l’evidenza. E quella dannata, ambigua, furbissima nuvola, se vogliamo anche interessante sotto il profilo compositivo e funzionale, non ha fatto che complicare le cose.

La reazione autodifensiva di MVRDV, vista la mala parata, è anche comprensibile: uno studio internazionale non ama di certo ricevere inerme una gragnuola di critiche da tutto il mondo. Ma sarebbe stato forse tutto più semplice se si fosse ammesso con sincerità un (polemico? ironico? metaforico? evocativo?) riferimento – gli esperti di comunicazione lo avrebbero forse chiamato “tributo” – all’11 settembre e all’icona contemporanea delle due torri distrutte nell’attentato. Non so, sinceramente, se avrebbe avuto un gran senso – forse no – ma almeno era una boutade dichiarata per cui si sarebbe potuto evitare di nascondersi dietro un dito con scuse incredibili che non convincono nessuno.

A questo punto se cercavano una maniera per far parlare il mondo di questo progetto, non si può dire che non ci siano riusciti: l’hype mediatico dura ininterrotto da giorni, e ormai la notizia dalla stampa specializzata gira anche sui media mainstream.

Credo sia accaduto qualcosa come quando si racconta una barzelletta fuori luogo, volevi essere simpatico e ti accorgi che non sta ridendo nessuno. In fondo il delicato argomento degli attentati del World Trade Center anche per il più smaliziato e sopra le righe degli europei resta ancora una ferita aperta, un lutto mai del tutto elaborato. Ognuno di noi, anche sperduto ovunque nel mondo nel 2001, ricorda perfettamente dov’era e cosa stava facendo nel momento in cui ha saputo o visto cosa accadeva l’11 settembre a lower Manhattan. È stato un punto di non ritorno. Migliaia di vite umane perse per sempre, lo strazio di una intera comunità, le mezze verità mai del tutto chiarite, la sensazione mai provata prima di intima vulnerabilità per l’intera Cultura Occidentale, che ci ha cambiati radicalmente tutti negli ultimi dieci anni, direi non in meglio. Non è stato uno scherzo.

Forse il problema è proprio quì. La ferita è troppo grande per rimarginarsi, e deve restare aperta: lo stesso memorial sul sito del disastro, inaugurato qualche settimana fa in occasione del decennale dalla tragedia, testimonia la volontà assoluta di non ricostruire sull’impronta delle torri – vero e proprio monumento/ammonimento in negativo – di non dimenticare. Non siamo ancora pronti, non so se lo saremo mai.

Forse un domani qualche artista, magari un Cattelan (a proposito: chi può visiti l‘imperdibile sua mostra monografica al Guggenheim NY, Maurizio Cattelan: All, dal 4 novembre 2011 al 22/1/2012), avrà la sensibilità ed il coraggio di misurarsi seriamente, magari anche provocatoriamente, con questo tabù. Di fare una sintesi interessante, anche fuorviante, anche iconoclasta. Di metterci un punto, e un a capo. Ma non ancora, non oggi.

E se permettete tantomeno potrà accadere a Seoul. Non in uno dei tanti, pur sempre anonimi nuovi spazi urbani delle metropoli orientali, che non ha senso caricare di tanta connotazione simbolica. Non MVRDV, di cui ho avuto grande stima fin dai tempi eroici in cui sperimentavano davvero. Precisamente non questi MVRDV, che assolutamente non sono Cattelan, con un progetto al di là della polemica forse già di per sé poco interessante, deja-vu anche nel basarsi, lo abbiamo già affermato, su espedienti formali ormai inflazionati. Uniche note di merito: una sempre più frettolosa Martha Schwartz per il landscape esterno (ancora ricordiamo la sua perizia artigianale e sperimentale di qualche tempo fa, speriamo non sia andata del tutto persa) e le radiose, splendenti visualizzazioni made in France che “fanno tanto figo”…

Per infrangere i tabù c’è sempre voluto coraggio: molti artisti, e anche architetti, in passato ne sono stati capaci. Ma, direi, non è questo il caso. Sbaglierò, ma di coraggio ne vedo molto poco nelle due ipotesi in gioco per i nostri eroi:

  • per i teorici del complotto, una volontà provocatoria nata non so a quale livello decisionale e presto ammainata con tante scuse alle prime avvisaglie di critica feroce, che l’ha evidenziata come uno scherzo di pessimo gusto;
  • per i più buonisti, da parte di MVRDV una involontaria disattenzione ai limiti della cialtroneria, ingiustificabile in uno studio di questo livello.

Nel primo caso viene da dire che noi architetti, quando ci vestiamo da artisti provocatori, non riusciamo ad avere la stessa credibilità e la stessa libertà di azione di un artista puro: ci stiamo muovendo in un campo non nostro, in cui altri sono molto più bravi di noi, oltre che possedere strumenti più adeguati allo scopo rispetto ai nostri. Nel secondo, alzo le mani e non vorrei essere nei loro panni, tanta è la gravità della svista.

Sta di fatto che MVRDV dovrà, temo, superare un lavacro prima di rimettere professionalmente i piedi a NY, e più in generale negli States. Perché la memoria collettiva è generalmente corta, ma in questo caso penso proprio che qualcuno – al di là del chiacchiericcio e dei troll da commento compulsivo – se la legherà seriamente al dito.

Certo non si può dire che i nostri non se la siano cercata, volontariamente o meno. Resta il fatto che di questo autogol MVRDV dovrà subire con estremo coraggio le conseguenze, e forse anche trarne una qualche lezione per il futuro: provocare è sempre stato più facile che mettere in piedi un ragionamento. E oltretutto, evocare apertamente (o non evitare di richiamare indirettamente a) la immane tragedia del WTC non mi pare comunque un buon biglietto da visita per un edificio, interessante che sia e al di là della pubblicità indiretta che se ne trae. Ma è una mia opinione, può anche darsi che mi sbagli: anzi, può darsi che proprio grazie a tutto questo polverone The Cloud venga effettivamente costruito così com’è stato presentato, con ulteriore strascico di polemiche tra detrattori e difensori della libertà di espressione, e diventerà uno degli edifici più fotografati e visitati di Seoul…

Mah. Alla fine della storia il risultato di tanto sforzo, nei fatti, al di là della effettiva qualità del progetto rischia di essere ricordato come una sonora pernacchia ad un funerale. Qualcosa di assolutamente fuori luogo, non pertinente, gratuito e – alcuni temono, non so dire se hanno ragione – strumentale alla pessima abitudine del lucrare visibilità, del purché se ne parli. Ecco, forse ho dilungato troppo anch’io, finisco di parlarne quì.