(Un)compromising
Sono stato invitato da Davide Tommaso Ferrando a produrre un pezzo per il quarto numero della rivista Viceversa, dal titolo “Critiche di architetture“. Ho accettato con piacere, e ne è venuta fuori una riflessione — a partire dall’analisi di alcuni casi di studio — sulla discesa dell’architettura dall’apollineo del pensiero del progettista (e del committente) negli inferi metaforici — ma poi non tanto — del mondo reale. Per chi fosse interessato a leggere il mio saggio, lo trova a questo link.
Riporto invece integralmente l’introduzione di Davide, che meriterebbe di essere riletta come un mantra all’inizio di ogni riunione di redazione di rivista — online o cartacea, nuova o storica — che dichiara di occuparsi di architettura.
Le attuali dinamiche del mercato editoriale, caratterizzate dal trasferimento di certe funzioni discorsive dalla sfera del cartaceo a quella del digitale, stanno causando una profonda trasformazione del discorso architettonico, avendo sì aperto la strada a nuovi per- corsi di sperimentazione, che alcuni editori indipendenti stanno oggi sviluppando su piattaforme web e social network, ma avendo anche portato alla marginalizzazione di pratiche che, almeno fino a pochi anni fa, erano considerate inscindibili dal sistema di produzione e trasmissione della conoscenza architettonica.
Una delle più sacrificate di tali pratiche è senza dubbio la recensione critica dell’opera, che oggi sembra aver perso il proprio ruolo di verifica del costruito e timone della ricerca, essendo stata progressivamente sostituita da narrative prevalentemente funzionali alle logiche dell’entertainment. La trascrizione letterale e acritica delle cartelle stampa fornite dagli stessi progettisti, divenuta rutinaria non solo nella maggioranza delle piattaforme online ma persino su alcune importanti riviste cartacee (vedi il curioso caso di Domus), è uno dei sintomi più evidenti di una crisi strutturale all’intero sistema dell’editoria d’architettura, la cui sopravvivenza pare oggi legata alla velocità di trasmissione dei contenuti, più che alla loro messa a punto.
Prima conseguenza di tale condizione, la diffusa ritirata della scrittura critica sta esercitando un’influenza negativa sulla progettazione stessa, che a causa della scarsità di narrative capaci di rendere esplicito il volume di intelligenza presente nelle opere migliori, e sotto l’incessante pressione delle immagini digitali, è letteralmente schiacciato sulla superficie. Allo stesso tempo, risulta sempre più difficile stabilire gerarchie di valore che permettano di definire quali architetture, in quanto capaci di rappresentare paradigmaticamente il proprio tempo, dovrebbero trasformarsi in riferimenti per il prossimo futuro.
È dunque in reazione a tali problematiche che il presente numero di Viceversa è dedicato alle “critiche di architetture”, adottando entrambi i termini al plurale in modo da sottolineare la prolifica diversità dei punti di vista che vi si trovano espressi, nonché la necessità di tornare a investigare le singole opere. Ciascun autore è stato invitato a scegliere un progetto (o un gruppo di progetti) realizzato o non realizzato, riconducibile ai primi quindici anni del XXI secolo e ritenuto altamente rappresentativo del periodo storico cui appartiene, nonché un importante riferimento per le dinamiche che caratterizzeranno l’architettura del prossimo futuro. Di tale opera è stato chiesto di fornire una descrizione approfondita, ai fini di portarne alla luce sia le caratteristiche specifiche, sia le relazioni instaurate con il proprio contesto (culturale, sociale, economico…).
Poi, per fortuna, gli autori invitati hanno fatto di testa loro.
Davide Tommaso Ferrando, Critiche di Architetture in “Viceversa” n. 4, Aprile 2016
