Hanno vinto loro

Labics a spiegare. E altri su Tinder.

E così hanno vinto. Ce l’hanno fatta, Sgarbi e la sua Fondazione, a mettere di mezzo questo Ministro della Repubblica per annullare l’esito del concorso di architettura per l’ampliamento della Galleria d’Arte Moderna di Ferrara — oggi ospitata a fatica negli spazi dello splendido Palazzo dei Diamanti di Biagio Rossetti. Tutto questo non con un convegno, una lecture argomentata, un progetto alternativo di pari se non maggiore credibilità, ma con una petizione su Change.org. 

E pensare che la gara in due fasi era stata organizzata secondo le più severe norme in vigore in Italia, il Paese con la coda di paglia più lunga e ipocrita d’Europa. Ed era tra i giurati, proprio per condividere il più possibile le scelte con tutte le istituzioni coinvolte, perfino un Soprintendente ai Beni Architettonici e del Paesaggio, il cui datore di lavoro è proprio il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Nulla da fare per lo studio LABICS, arrivato primo in graduatoria con un punteggio di 90/100 contro ben 69 avversari, in un processo di gara ormai codificato e cristallino, i cui atti, esiti e verbali sono pubblicati online da mesi, fin da tempi non sospetti. 

È successo che sul filo di lana, due ore prima della scadenza dei 24 mesi di silenzio-assenso previsti per l’approvazione del progetto a base di gara, il Ministro ha inviato una “lettera d’indirizzo” alla Soprintendenza, in pratica un vero e proprio atto ostativo: il nulla-osta di competenza per l’opera di ampliamento – concordata preventivamente con l’ufficio tecnico del Comune di Ferrara prima della gara, in alternativa a ben più invasivi interventi di riadattamento di parte del Castello Estense – non verrà mai ottenuto, innescando un pericoloso metodo di intervento a gamba tesa che rovescia, per acclamazione di parte, tavoli istituzionali messi in piedi in anni di duro lavoro. Anche se a ben guardare un certo marchio di infamia per l’operazione era già stato dato da Italia Nostra (“Ipotesi sciagurata”) fin dalle prime fasi di gara, e non era un buon presagio.

Probabilmente a nulla varrà il surreale confronto al MACRO di Roma tra LABICS e Sgarbi dopo la decisione del Ministro, se non per mettere agli atti una incomunicabilità irreparabile tra i dogmatici del conservazionismo tour-court e una visione di buon senso, quasi banale e a questo punto minoritaria, di una storia che si costruisce sovrapponendo strati di contemporaneità.

(continua su 011+)