Et in arcadia ego

No. Spassosi, bucolici rendering a parte, costellati di accaldati fanboys alla ricerca di un poco d’ombra, non credo che Foster stia facendo un ottimo lavoro con l’Apple Campus II a Cupertino – meglio conosciuto come The Mothership. Lo dico così, senza nessun retropensiero o invidia professionale: ci mancherebbe che mi metto lì a trovar difetti per soffiargli il cliente, via.
Ho già detto che trovo Foster un grande professionista. Un grande professionista che mi lascia molto spesso indifferente, così come altri suoi colleghi da grandi numeri tipo SOM, o Pelli, o Gensler. Son gusti. Ma qua parliamo di Apple. E cioè di un cliente particolarmente difficile, perfino per uno studio multinazionale come il suo. E per cliente particolarmente difficile intendo: quel cliente con grandi disponibilità economiche, arrivato ad un punto della propria parabola di successo da chiedere ad un architetto con i controattributi quell’opera con cui identificherà (e attraverso cui comunicherà agli altri) la propria esistenza, il proprio status, i propri valori nei decenni a venire. E molto spesso quel cliente intuisce perfettamente il risultato che intende ottenere, ben chiaro nella sua mente, ma non ha la più pallida idea di come arrivarci.
È come dire: ora sono in A, e so che voglio andare da A a B. A è già un basecamp estremo, in cui pochi son capaci di arrivare. B è quella cima splendente, con vista mozzafiato, che vedo a qualche centinaio di metri davanti a me, apparentemente irraggiungibile: A e B sono separati da una valle ripida e piena di insidie. Ammesso che abbia capacità fisiche ed economiche tali da permettermi di raggiungere B dal punto A, per arrivarci posso farlo in innumerevoli modi, che spaziano dal più stupido/banale (elicottero?) al più divertente e funzionale (hiking attrezzato?), al più elegante e spettacolare (sci fuoripista + arrampicata su per la roccia viva?). La scelta del percorso è la mia scelta, mi rappresenta. Fuor di metafora, ha molto a che fare con la scelta dell’architetto, che sarà più o meno capace di soddisfare il mio brief in maniera più o meno banale, più o meno elegante, più o meno spettacolare. Il modo in cui arrivo a B non è un dettaglio.
E qua entra in scena Steve Jobs. Siamo nel 2010. Steve vuole una nuova sede per la sua azienda. Vuole costruirla sui terreni dell’ex Campus di HP, che la Apple ha appena acquistato a Cupertino. La vuole grande, bellissima, un macro-oggetto-seamless, quasi come fosse partorita dalle catene di montaggio dei dispositivi che hanno fatto la sua fortuna. Il problema è che Steve non ha molto tempo, e vuole lasciare qualcosa di davvero memorabile. Un vero e proprio Showcase HQ, una vetrina internazionale di qualche decina di metri più larga del Pentagono.

Noi uomini non siamo gli unici esseri viventi che si costruiscono un nido in modi che prescindono dalla soddisfazione dei semplici requisiti funzionali di riparo e protezione. Così come avviene per alcune specie di uccelli, l’architettura potrebbe essere assimilata con gli ovvi distinguo ad un carattere sessuale secondario, un modo piuttosto sofisticato e sovra-funzionale per dimostrare ad altri esemplari della nostra specie il nostro status. Far capire che siamo meglio della concorrenza. Far capire che siamo i migliori. Per le aziende questo processo assume valenze simboliche ancora più evidenti.
Nel caso dell’Apple Campus 2, non si tratterà soltanto di ospitare una serie di funzioni. La nuova sede dovrà avere connotazioni simboliche che vanno al di là della sua sostanza concreta. L’architettura sarà (ancora una volta, così come spesso lo è stata in passato) una dichiarazione di intenti, uno statement cristallizzato in forma di edificio. Che sarà percepito come l’azienda stessa, una sua sineddoche.
A tutto questo c’è da aggiungere un ulteriore, cruciale aspetto: questa macro-struttura è l’ultima testimonianza – fatta di spazi, materiali, atmosfera – dell’autorevole fondatore di Apple. Un mausoleo. Una lapide colossale.
Psicanalisti potranno scrivere per anni su quest’argomento, per cui non mi addentro oltre nelle pieghe della psiche di una persona. Non è il mio lavoro. Ma credo si può provare a mettere in fila alcuni ragionamenti.
– Cominciamo col dire che Steve Jobs non è un architetto, ma si reputa un grandissimo esperto di design, per cui si fida del proprio gusto e del proprio intuito. Ma design e architettura sono due mondi interconnessi, e comunque in larga parte distinti.
– Steve quindi non è un vero esperto di architettura: non è un gourmet, ma nemmeno un connoisseur, almeno da quanto si intravede nelle descrizioni dei suoi gusti personali. Probabilmente conosce e stima gli architetti che conoscono tutti i non-architetti, che poi molto spesso sono quella gente chiamata in gergo “clienti di architetti”. Il passaparola è importante. E il blasone internazionale, o aver vinto dei premi come il Pritzker, forse anche di più.
– A Steve non piace sbagliare, ed ha fretta: per cui intende chiamare il più tosto, il più organizzato, il migliore (uno poco sotto rischierebbe grosso: un’esitazione, un rinvio, una titubanza e ti ritrovi mangiata la faccia ad urla feroci nell’arco di due giorni). Ha una fretta fottuta, e intende incaricare uno che sia capace di mostrargli dei concept seri nell’arco di qualche settimana. Fretta fottuta e scarsa competenza in materia non sono un binomio rassicurante, per cui – Steve non è ovviamente un cretino – la scelta deve essere il più possibile cauta.
– Steve è un decisionista: alza la cornetta e chiama Sir Norman Foster. Mica noccioline. E gli dice, molto semplicemente: “Norman, abbiamo un problema, ci devi dare una mano”.

Fin qua tutto bene.
Il problema è che secondo me, ehm… , Jobs ha sbagliato architetto. Non che Foster non sappia gestire una commessa di questa portata, anzi. Forse è fin troppo qualificato, forse è stato proprio scelto per questo. Ma – dal mio punto di vista, e non me ne vogliano il baronetto e i suoi estimatori – la questione è più sottile: forse era più adatto qualcun altro.
Se osservo le varie reiterazioni del progetto via via sempre più definite (con un occhio al budget previsto, in crescita vertiginosa rispetto alle prime ipotesi di spesa) potrei dire che Foster ha prodotto qualcosa che non rappresenta l’azienda nel modo in cui sarebbe potuta essere rappresentata da altre sensibilità ed altre capacità di controllo formale e di dettaglio per un progetto tanto complesso.
Cerco di spiegarmi meglio.
Il buon Jonathan Ive è la persona che dal 1997, per step successivi e in un progressivo e coerente percorso evolutivo, ha impresso Apple nell’immaginario collettivo come benchmark del più avanzato product design: oggetti per loro natura complessi che prendono forma secondo una qualità costruttiva e un grado di essenzialità percepita ai limiti del maniacale. Ive è la persona che insieme con Jobs ha reso Apple quella che è oggi. Una delle cose su cui insiste spesso Jony Ive nei suoi flemmatici discorsetti ad ogni presentazione di nuovo prodotto è il tormentone dello sforzo continuo, inesorabile dell’azienda nella ricerca della semplicità, della sintesi (qua sotto la presentazione della tecnologia Unibody per i portatili Apple).
Pare che Ive sia personalmente coinvolto nel progetto — probabilmente su precisa indicazione di Jobs considerando che lui personalmente non sarebbe stato in grado — affiancando Foster e in particolare il partner incaricato Stefan Behling in tutto il processo, ma l’intero lavoro di conduzione in spazi e materiali dei suggerimenti di Jon Ive sarà ovviamente in carico a Foster and Partners.
Tutto si può dire di Foster tranne che sia uomo di sintesi. Foster, per caratteristica di brand, è uno analitico, che intende risolvere tutti i problemi tecnici-tecnologici con dettagliatissime – e spesso complicatissime – soluzioni personalizzate che, alla fine dei giochi, sono tutt’altro che invisibili. Non mi sento di semplificare troppo se affermo che Foster rappresenta la fascinazione per l’aspetto tecnologico (struttura estroflessa ed apertamente denunciata, griglioni per il ricambio d’aria, ultra-louvres per il controllo dell’irradiazione solare e altre costosissime amenità da tecnòfili assatanati), che diventa espressione riconoscibile e compiaciuta del suo marchio di fabbrica praticamente in ogni suo progetto. Quando Foster sembra raggiungere finalmente un certo grado di astrazione si tratta di progetti con chiare connotazioni di maniera, che prendono spunto – senza grandi colpi di reni – da altri ben noti riferimenti.
Quindi. Se c’è una caratteristica del lavoro di Sir Norman Foster è quella dell’overdesign (qua inteso in senso positivo), del dettaglio frattale, del surplus di tecnologia ostentata anche laddove – ripeto: sempre secondo me, ma son gusti – non sempre sarebbe necessario. Se questo leit-motiv si è mitigato un poco nel corso degli ultimi anni è perché c’è dell’aria fresca tra i suoi collaboratori/partner in giro per il mondo, oppure per quelle caratteristiche di garbata maniera che contraddistinguono alcuni dei suoi ultimi progetti, magari un poco fuori sincrono rispetto agli approcci collaudati che hanno fatto la fortuna dello studio.

Dove si vedrà qualcosa di diverso dall’approccio iper-tecnico ed iper-funzionale di Foster nella futura sede di Apple, ciò sarà per chiara espressione del committente: a Jobs si deve la forma “pura” circolare – Foster era partito per tentativi con tutta una serie di variazioni sul tema, presto abbandonate – o la caratteristica dei cristalli perimetrali curvi a tutta altezza privi di finestre – gli architetti di Foster hanno cercato in tutti i modi, invano, di convincere Jobs della necessità di ante apribili sulle facciate, meschini.
La frase di Steve Jobs detta a Foster: “Don’t think of me as your client, think of me as one of your team” risuona, se vista in quest’ottica, molto più drastica: sono capacissimo di progettarlo da me quest’edificio, tu pensa a risolverlo tecnicamente, a produrre elaborati formalmente ineccepibili e a depositarlo nel modo più rapido possibile presso la Municipality di Cupertino.
I tecnici di Foster – che fin dall’incarico ne ha assegnati 50 a tempo pieno solo per questo progetto – si son trovati a rincorrere la committenza piuttosto che dare un contributo decisivo e mettere del valore aggiunto in questo progetto. Ecco perché mi permetto di affermare che non c’è qualità spaziale, non c’è sorpresa, nulla di essenziale o quintessenziale: tutto appare come partorito da una mano naïve con l’aggiunta di dettagli ed approfondimenti tecnologici a posteriori.
Dove intendo arrivare: secondo me Foster è stato scelto da Jobs/Apple non tanto per il valore aggiunto che poteva portare ad una visione personale/aziendale – visione che forse, con quest’opera che appare troppo come un macro-gesto egocentrico di un pool di tecnocrati privi di gusto, verrà leggermente traslata altrove – ma come brand di garanzia. Una scelta di cautela. Ed è un peccato, sia per le risorse in gioco, sia per la portata simbolica di questo edificio da record, per un’azienda come Apple.
Steve non era un grande esperto di architettura. Si è fidato come al solito del suo istinto, magari senza ascoltare gente che lo avrebbe potuto consigliare meglio (ci sarà pur stato qualcuno, diamine). Alla fine ha fatto la scelta più ragionevole, la più sicura. Forse anche la più scontata. Ma sbagliare un’architettura come questa non è come sbagliare la reiterazione di un prodotto, o toppare uno Store. I risultati resteranno là per decenni, e a poco serviranno i cespugli di wrightiana memoria. Ho come l’impressione che si sia persa una grande occasione.
Non so perché – magari sbaglio, o è una mia fissazione – mi viene sempre di confrontare Foster con i suoi antipodi, ma credo che sarebbe stata tutta un’altra storia se ad essere incaricati del progetto fossero stati altri suoi concorrenti – magari anche mostri sacri col blasone del Pritzker, ma con una grazia ed una capacità di sintesi totalmente differente. Pensate solo per un istante ad un Apple Campus 2 progettato da SANAA, tenendo bene in mente cosa ha tirato fuori SANAA da un brand come Rolex. Non vedete già Jony Ive più sorridente?
E comunque ormai è andata, buon lavoro a Foster, e a Behling e ai loro team, sarà in ogni caso un’opera memorabile: aspettiamo gli esiti (e i costi finali) di questo ipertrofico donut su un letto indefinito di verde, che non guasta mai.
Nel frattempo buon 2014, siate affamati, ma non strafogatevi di carboidrati…
Noi ci si rivede da queste parti l’anno prossimo, con un po’ di novità che mi/ci riguardano…
Epilogo
Nel frattempo, in un universo parallelo, uno Steve Jobs ancora magro ma evidentemente in via di guarigione compone alla tastiera un numero internazionale. Con aria concentrata fa scorrere delle immagini su un fiammante iPad Air che tiene appoggiato alla scrivania: sono gli ultimi rendering del Campus II arrivati da Londra. Ha già preso una decisione drastica.
“Rem sono Steve Jobs, buon anno. Abbiamo un problema… “
