Come se fosse Antani

Nei giorni scorsi per svariate ragioni ho avuto sotto mano una grande mole di progetti firmati dai più noti studi internazionali di architettura. Ho notato che i testi che descrivono questi progetti, testi firmati dagli stessi progettisti o dai rispettivi uffici stampa, tendono in genere ad avere lo stesso tipo di approccio. Con frasi costruite più o meno allo stesso modo, con incipit, parole, preposizioni e aggettivi che si ripetono, con poche variazioni, da opera a opera, e da studio a studio.

Ho fatto un esperimento. Ho provato a fare un elenco delle parole e degli aggettivi più frequenti nelle descrizioni di una architettura, e le ho messe in fila secondo una sequenza-tipo, programmando uno script-bot che le mixa tra loro in modo casuale.

Ne è uscito il primo Project Sentence Automator™ (fare il refresh della pagina per remixare la frase):

In pratica un generatore automatico di supercazzole. Frasi apparentemente compiute, ma del tutto inutili se si intende capire (o far capire) di cosa si sta parlando. Potrebbero risultare indispensabili per chi, con poco tempo a disposizione, vuole chiudere all’ultimo momento la cartella stampa del proprio progetto.

C’è chi potrebbe obiettare: spariamo sulla Croce Rossa, gli architetti debbono progettare, non sono tenuti a scrivere testi che abbiano una qualche valenza letteraria, non è il loro compito. Verissimo. Forse sarebbe più utile una variante di questo generatore dedicata a critici, curatori ed opinionisti di architettura. Che potrebbero scrivere interi pezzi mixando frasi, opinioni e giudizi precotti dal proprio e dall’altrui repertorio. Certo, alcuni lo fanno da sempre. Ma vuoi mettere la comodità?

 Nell’immagine in alto: Ugo Tognazzi in Amici Miei, Mario Monicelli, 1975)