Maynestream: Thom Mayne, Palladio e il Carro di Cugnot.
Interrompiamo per un momento la nostra pretenziosa, ciclopica trilogia sulla rappresentazione (troveremo mai il tempo di chiuderla?…): ancora un pensiero su architetti e comunicazione.

Ormai è chiaro. Gli Architetti (quelli con la A maiuscola) e il cosiddetto mainstream spesso sono agli antipodi. E quando i primi si avvicinano al secondo, cercando di essere “popolari” o di trasmettere il loro pensiero in modi digeribili dalla massa, accadono strane cose.
Prendiamo Gregotti: a febbraio, alla presentazione del suo n-esimo libro, senza lasciarsi sfiorare dal paradosso delle sue affermazioni si lamenta delle periferie dei paesi emergenti che si stanno trasformando in bidonvilles senza alcun servizio. Sarò fatto male, ma dopo questa e altre perle prive di qualsiasi autocritica – come se il buon Vittorio fosse vissuto in questi anni nella montagna del sapone – dalla regia avrei inserito delle risatine da sit-com. E invece tutti serissimi ad applaudire, anche oltre la prima fila.
Altro esempio più interessante. In La Lettura ieri mi è capitato di leggere un ‘ritratto’ del grande Thom Mayne, in Italia recente vincitore con Morphosis nel concorso per il Business Center ENI a San Donato, assimilato nell’articolo ad uno Steve Jobs dell’architettura. Direi che una certa somiglianza fisica ci sta anche. Riporto a memoria uno dei passaggi:
Premio Pritzker nel 2005, ha nobilitato la progettazione in digitale. E ora dice: dimenticate Palladio, è un frammento da conservare nel PC.
Certo, non è quell’umorismo dal sapore gregottiano cui accennavo sopra. Ma a me queste parole, dette così con ieratico cipiglio da guru quasi fossero scolpite nella roccia, anche se pronunciate da un Maestro laureato Pritzker fanno comunque un poco sorridere. Ho avuto l’impressione che Mayne, nel tentativo di far breccia nell’intellighentia italiota che mal digerisce l’architettura contemporanea, sia ricorso al solito espediente delle banalità estreme in forma di slogan. Una provocazione che vola basso, al livello dell’interlocutore medio, e che rischia di gettare – come si dice – il bambino con l’acqua sporca.
Se mai sia possibile provo ad armi del tutto impari a dargli torto, semplificando al massimo anch’io.
È un po’ come dire: “Comprate un’Audi fiammante, e dimenticate il Carro di Cugnot, un reperto da ricordare in Wikipedia”. Vien da rispondere: grazie, ottimo consiglio. È ovvio che oggi possiamo anche bellamente ignorare quello strano coso con motore a due cilindri in bronzo concepito nel 1769, quasi duecentocinquant’anni fa: vederlo girare sbuffando faticosamente nel 2012 non avrebbe alcun senso. Ma è fuori di dubbio che senza il Carro di Cugnot non esisterebbe l’automobile così come la conosciamo, e andremmo ancora a cavallo, o chissà in sella a cos’altro. È l’evoluzione, bellezza: e quello strano marchingegno, il primo mezzo a muoversi da solo con un motore a pistoni già vent’anni prima della Rivoluzione Francese, ne rappresenta un fondamentale stadio. E i più preparati di noi – magari progettisti di automobili – non possono ignorarlo, o peggio liquidarlo così alla bell’e meglio.
Fine della similitudine. Ora, come già detto altrove, è vero che nel Belpaese abbiamo la strana sindrome da “memoria compulsiva ipertrofica”, quasi come un Hard Disk arrivato al limite della sua capienza e che rallenta qualsiasi pur banale operazione. È il nostro problema principale, come architetti. Come Italiani. Servirebbe una pulizia generale, magari con un buon backup organizzato di tutti i dati importanti, per poi ripartire più snelli e leggeri. Molta zavorra potrebbe essere lasciata andare, una volta per tutte. Ma ci sono alcune cose fondamentali che potrebbero restare, che assolutamente non appesantiscono, anzi. Magari non servono tutti i giorni, ma fa piacere sapere che siano lì, a portata di mano, anche se girano in background senza che ce ne accorgiamo.
Magari mi sbaglio, ma sono certo che Palladio è, e resterà, nel DNA dell’architettura, anche la più avanzata e progressiva, anche in quella che apparentemente non ha nulla a che fare col Veneto del ‘500, o con la Storia intera. Di lì proveniamo, di lì si è passati. Ma sono sicuro che, in cuor suo, anche Mayne lo sa…
(A proposito. Per i pochi che, pur a Milano, ancora non lo sanno: da non perdere la sua lectio magistralis in Triennale domani 13 marzo 2012 alle 18)
(Per chi invece si è incuriosito sul mirabolante e rumorosissimo “Fardier à vapeur” dell’ingegnere Nicolas-Joseph Cugnot, ecco un link)
