Doppelgänger VS cosplay
È il pomeriggio del 31 dicembre, sono sul divano con le mie due bimbe. Dormono entrambe, ho modo di leggere un poco di cose arretrate. Dal feed dello Spiegel International, già spietati smascheratori del buon Cardillo, spunta un articolo del 28 dicembre che cattura subito la mia attenzione: “Copycat Architects in China Take Aim at the Stars“. Per me – chi mi conosce un poco lo può immaginare – un sontuoso invito a nozze.
Qualcuno si sta finalmente accorgendo di un fenomeno sempre più frequente in giro per il mondo. L’articolo focalizza l’attenzione sulla Cina, e sulla diffusione di repliche o copie di edifici firmati dai più noti studi internazionali. Presunta vittima del plagio stavolta è Zaha Hadid ed il suo Wangjing SOHO di Beijing (eccolo in un rendering, ©Zaha Hadid 2012).
Nonostante la Hadid non sia nella mia personalissima top-twenty, ammetto che l’effetto è piuttosto convincente (anche se a me questi approcci richiamano sempre alla mente ipertrofici centrotavola, ma è un problema mio). Lo hype mediatico intorno alle opere della Hadid – pensiamo al successo della Guangzhou Opera House di due anni fa, il primo di ben undici grandi progetti dello studio che vedremo prossimamente in territorio Cinese – ha evidentemente eccitato l’ufficio marketing di una smaliziata società immobiliare, che ha pensato bene di costruire a Chongqing, una megalopoli ai confini orientali dell’altopiano del Tibet, un “clone” del Wangjing SOHO. Ecco il risultato:

Bah. Io vedo un copia-incolla piuttosto goffo e superficiale, che però è riuscito a dare del filo da torcere a ZHA: infatti rischia di essere completato prima dell’originale, tanto che il cantiere pechinese sta lavorando a tappe forzate per scongiurare lo smacco.
Gli autori della “copia” vengono definiti “pirati architettonici” anche dallo stesso imprenditore cinese che ha investito nel SOHO, cliente della Hadid.
Copia. Clone. Qualcosa non torna. I film, la musica, le applicazioni: quelli sì vengono “piratati”. Il risultato è qualcosa con le stesse caratteristiche estetiche e funzionali dell’originale, una copia pressoché conforme disponibile su canali non ufficiali. Che, volendo, potrebbe sostituire l’originale con una certa approssimazione, causando perdite economiche per gli autori cui almeno teoricamente spetterebbe un equo compenso per la propria opera. Può accadere una cosa del genere in architettura? Si può brevettare un approccio compositivo? Esiste l’accusa di plagio o di trade dress nel mondo del progetto di architettura? Può un edificio, così legato alla sua funzione, al suo contesto storico/culturale/economico/politico, allo stretto rapporto che si crea tra committente e progettista, essere clonato e trasferito chissà dove da chissà chi senza modifiche o aggiustamenti? In tal caso – modificate tutte le condizioni che hanno fatto nascere l’originale – si tratterebbe comunque di copia?
Altra domanda potrebbe essere: chi scambierebbe seriamente un vinile Verve di Stan Getz con una versione mp3 scaricata dalla rete? Non credo lo farebbe chi ama veramente Stan Getz e possiede i suoi dischi. Credo che l’immobiliare che sta costruendo in tutta fretta il “Meiquan 22nd Century” (così si chiama il complesso), date le premesse non sarebbe mai stata cliente della nostra Zaha: così come chi ha scaricato – magari per errore – l’MP3 di Getz probabilmente non comprerà mai i suoi dischi, forse non possiede nemmeno un sistema audio con cui farli girare. Sono due mondi che hanno spazi di intersezione molto limitati. E diciamolo, a Chongqing nessuno si è sognato di dichiarare il falso, che quella roba è effettivamente di Zaha Hadid: magari non hanno voluto investire su una firma, o probabilmente è semplicemente piaciuta l’idea, ed è stata scimmiottata nei limiti delle possibilità dei tecnici di bottega. Forse è l’ennesimo modo di parassitare da qualcosa di più grande. Chissà.
Ma a ben guardare quì il discorso è un altro. Ispirazione, riferimento, imitazione, copia, trasformazione: tutto funziona se poi serve per fare dei passi avanti, se i “prestiti” vengono poi ricombinati in nuove, interessanti coerenze (per dirne una che non sia banale, sempre su edifici alti: pensiamo a cosa venne fuori oltre 120 anni fa a Chicago dai palleggi tra Richardson e Le Baron Jenney). E poi a copiare bisogna essere davvero bravi: ne sanno qualcosa i veri falsari, capaci di arrivare all’essenza di un’opera assai più dei critici, spesso confusi di fronte a falsi ben riusciti. C’è copia e copia.
Qua è un’altra storia. I due edifici sono distanti anni luce, sotto molti profili: anzitutto le torri clonate sono due e non tre, compositivamente più statiche e stolide dell’originale. E oltretutto poggiano su un basamento che appare più come un vassoio di cianfrusaglie kitsch piuttosto che una riproposizione delle tese linee di forza che ogni edificio della Hadid tenta con più o meno successo di sprigionare nel suo immediato intorno. Ignoriamo se vi sia un interno, o se la copia si limita alla confezione. Comunque nulla di più lontano. Lo Spiegel, ma anche i clonatori – quelli sì – di notizie, tra cui l’Independent che è uscito oggi sullo stesso argomento senza citare la fonte, proprio come i presunti pirati si fermano anche loro all’apparenza e sbagliano il tiro.
Direi che questo non è un plagio, né tantomeno un clone. Non siamo di fronte al doppio-negativo, al Doppelgänger che risucchierà tutto il buono prodotto dalla pars costruens Hadidiana, mandandola in rovina. Non esageriamo. Siamo addirittura oltre il Gangnam Style, il vorrei-ma-non-posso, lo scimmiottare l’occidente: non si tratta neppure di questo. E allora?
E allora niente. Questo è uno dei tanti esempi di quello che definirei cosplay architettonico, una forma di posing sgraziato, di emulazione trash che nulla aggiunge (e nulla toglie) all’originale, un po’ come avviene con le copie degeneri nel mondo del design o nell’elettronica di consumo. Una fan-fiction di basso profilo, ai limiti del bidone, che risponde perfettamente al criterio della diffusione pandemica dei tipi formali-architettonici di successo di cui ho spesso parlato: che, come ogni tormentone, diminuirà di intensità, di qualità e di interesse via via che si allontana dalla fonte nel tempo e nello spazio, diventando via via di seconda, di terza, di quarta mano se non si presentano le condizioni per un qualche colpo d’ala evolutivo. Via, non mi pare questo il caso. A meno che qualcuno non voglia scambiare per gli Avengers i tipi qua sotto…

Direi che almeno per ora la cara Zaha può dormire sonni tranquilli, e godersi il successo finché da qualche parte chiedono ancora i posaceneri fuoriscala. La prospettiva (intellettualmente molto più intrigante!) di cracks o rip-offs in giro per il mondo di interi edifici purtroppo è ancora di là da venire.
(PS: Buon anno a tutti!)
