Nonsense

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Se qualcuno, nel 2114, si chiedesse com’era lo stato dell’arte della disciplina architettonica internazionale cent’anni prima, spero non si prenda la briga di andarsi a rivedere le entries del concorso per il Guggenheim Helsinki. Per favore, no. Che l’inesorabile passare del Tempo faccia la sua parte, insieme con la inaffidabilità dei supporti elettronici e degli standard di archiviazione. Che la clemenza della dammatio memoriae porti nell’oblio questa parata suicida di 1714 lemmings.

Avere a disposizione le tecnologie più evolute e raffinate per disegnare qualunque cosa, qualunque forma, non significa necessariamente prendere questo presupposto alla lettera, disegnando davvero qualsiasi cosa venga in testa. Se scrivo un testo usando un algoritmo che mescola parole prese a caso da un vocabolario, o se le metto in fila così, alla come viene viene, seppur scritte ciascuna correttamente non posso pretendere che si tratti di letteratura. Se posso renderizzare (si dice così?) con effetti estremamente realistici una patata incastrata in una teca di cristallo – mi ricorda qualcosa… – nessuno poi si aspetta che io presenti sul serio, per dirne una, una ca**o di patata incastrata in una teca. O almeno nessuno si aspetta che lo faccia in un concorso per il Guggenheim Helsinki. Non scherziamo, farei una pessima figura perfino in una gara per il centro civico di Nerbate. E invece.

Per cui, cari storici dell’architettura di inizio 22° secolo: giratevi dall’altra parte, fate finta di non aver visto nulla, secretate i files della Basulto Foundation ancora per altri cent’anni – son digitali, mai stampati in cartaceo: magari diventeranno illeggibili perfino prima, sai mai. Dedicatevi ad altro. (Potreste divertirvi con più profitto, ad esempio, ad analizzare come venne recensita – e da chi – la Biennale 2014 del leggendario Rem Koolhaas, e a realizzare una tassonomia delle cordate accademiche-professionali di appartenenza. Si narra che qualcuno ne compilò una piuttosto precisa, va a capire chi era).

Se proprio vorrete incaponirvi sul Guggenheim Helsinki, posso dirvi che su 1715 proposte quelle davvero interessanti si contavano sulle dita di una mano. Una percentuale ridicola, se si considera che nel mondo reale una simile share era difesa coi denti dalla buona architettura rispetto al parco edifici generalista, costruito per larghissima parte da non-architetti. Vi assicuro che il Guggenheim Helsinki non fu proprio un bel campione dello stato delle cose in questo mestiere.

Considerate le attenuanti: era davvero un momentaccio, troppa (spesso pessima) architettura rappresentata, davvero poca effettivamente costruita e quasi nessuna discussione interessante intorno. Crowdsourcing culturale e architetti da call-center perfino in concorsi promossi da enti blasonatissimi, con partecipazioni-fiume a gratis e progetti giudicati in auto-drive da panel in pantofole via Skype, se e quando andava bene. Se andava male giurie per metà indagate o arrestate, come succedeva non di rado in quello strano Paese a forma di stivale, ricordate? – l’altra metà usata come decorazione, ininfluente per gli esiti di gara. In attesa del jurybot, per dirla con Mimi Zeiger – anche quello taroccabile dalle nostre parti.

Prendeteci per idealisti, ma nel 2014 in tanti ci saremmo aspettati dal Guggenheim qualcosa di più di una gara di soprammobili tamarri. O no?

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