Do androids dream of an electric aesthetic? (extended track)

È stato pubblicato su Domus lo scorso 17 luglio un mio scritto sul tema della “New Aesthetic”, ovvero quel fertile territorio di transizione tra analogico e digitale, tra fisico e virtuale che a poco a poco sta pervadendo le nostre vite.

Se di interesse, in esclusiva per gli affezionati di questo taccuino saltuario ecco la EP, la versione estesa del saggio poi opportunamente tagliato per Domus. Una “director’s cut”, se vogliamo. All’interno c’è una perla, scomparsa per ragioni di spazio nella riduzione successiva: una citazione di Mario Perniola del 1994 sul rapporto ambiguo tra uomo e cosa, di quasi vent’anni in anticipo sui tempi (o forse siamo noi che siamo fermi ancora a quel punto, chissà).

Buona lettura e buon Ferragosto a tutti…

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Do androids dream of an electric aesthetic?


Our planetary electronic membrane is already comparable to the complexity of a human brain. It has three billion artificial eyes (phone and webcams) plugged in, it processes keyword searches at the humming rate of 14 kilohertz, and it is so large a contraption that it now consumes 5 percent of the world’s electricity.

When computer scientists dissect the massive rivers of traffic flowing through it, they cannot account for the source of all the bits”.

(Kevin Kelly, “What Technology Wants”, Viking 2010)

At one of the annual conventions of the American Society for Aesthetics much confusion arose when the Society for Anesthetics met at the same time in the same hotel”.

(Rudolf Arnheim)

1. Prologo1

Poco più di un anno fa, il 6 maggio del 2011, James Bridle ha pubblicato un post nel blog di Really Interesting Group, la design partnership di cui è fondatore con sede nell’East London. Titolo destinato a diventare memorabile: “The New Aesthetic”2.

Nel testo, Bridle dichiarava che da un po’ di tempo andava collezionando una serie di immagini e riferimenti che potevano essere ricondotti all’espressione di una “nuova estetica”: un bel po’ di materiale attorno a quella che lui stesso definiva la modalità con cui le macchine ci vedono, con la volontà di “osservare la tecnologia a nostra disposizione con inedita meraviglia”, con particolare attenzione per quella interessantissima zona di transizione tra reale e digitale, fisico e virtuale, uomo e macchina.

Alcuni esempi: le immagini satellitari o riprese da droni video-equipaggiati, oggi alla portata di tutti, che permettono di percepire strutture ed infrastrutture da inediti punti di vista o con movimenti macchina impossibili prima d’ora. Le mappe ed il tracking GPS. Le tecnologie automatizzate di face detection. Il vasto tema della Lo-Res, le rappresentazioni a bassa risoluzione, pixelate o a mesh poligonali, così come le grezze ma distinguibili sagome prodotte dalle stampanti 3D. Gli algoritmi, i “bot” e gli automatismi hardware e software che una volta lanciati vanno avanti in autonomia, apparentemente non necessitando del controllo umano.

Lo stesso giorno dell’articolo su RIG, Bridle ha creato il Tumblr “The New Aesthetic”3, in cui ha riversato senza commenti una vastissima serie di inputs, links ed immagini. Da allora, poco alla volta, ne è scaturito un dibattito sempre più ricco, a scala planetaria4.

La consacrazione definitiva come trending topic è avvenuta all’ultimo “South by Southwest”5 (SXSW) tenutosi nel marzo 2012: ad Austin, Texas, Bridle e alcuni colleghi hanno discusso pubblicamente della NA e attirato l’attenzione di Bruce Sterling, che da testimone diretto della conferenza ne ha scritto su Wired un epico, articolato saggio di 5000 parole6. Scatenando una serie di interessantissime reazioni a catena7 nel mondo della cultura e delle arti visive tra i difensori e i ridimensionatori di questa “cosa”.

2. Anti-manifesto

Quindi la New Aesthetic – o, in termini new-estetici: #NA – è stata introdotta da James Bridle quasi in punta di piedi poco più di un anno fa, ed è oggi uno dei temi più dirompenti nel dibattito sulla cultura visuale contemporanea.

L’approccio di Bridle è stato sempre piuttosto cauto e poco incline ai facili entusiasmi: non è partito con un manifesto, o con una perentoria dichiarazione di intenti. Al contrario: semplicemente ha posto la questione, e ha messo a punto una piattaforma di approfondimento per link ed immagini utilizzando il medium più opportuno, Tumblr. Che in fondo è una pinboard, o meglio una mood-board visuale aperta ai commenti (un po’ come Pinterest, ma più aperto).

Questa impostazione è stata – direi volutamente – più da “curatore” che da “teorico”: e questo non è assolutamente un limite, dato che già prendersi la responsabilità di fare una selezione presuppone se non una impostazione almeno un’intuizione critica – si vedrà col senno di poi se ben riposta.

Indubbiamente il medium del micro-blog è stato di immensa utilità nel descrivere in progressqualcosa di cui Bridle, per sua stessa ammissione, il 6 maggio 2011 aveva solo una vaga idea: tanto che, se qualcuno ci chiedesse “cos’è la #NA?”, potremmo anche rispondere frettolosamente che si tratta delle cose postate da Bridle nel suo Tumblr 8 fino al 6 maggio scorso, data del suo post di chiusura9 ad un anno esatto dal primo.

Direi che questo understatement è tutt’altro che casuale. Infatti la New Aesthetic non è, e non è mai stata, qualcosa di completamente definito, e tantomeno un movimento10. Bridle è perfettamente consapevole che la materia di cui ha quasi involontariamente11 coniato il nome è stata, fin dall’inizio, un’ipotesi di lavoro, una felice intuizione che si sta arricchendo di contenuti man mano che viene condivisa e rilanciata attraverso la rete.

Questa è la prima, vera novità della New Aesthetic: il fatto che sia un embrione di teoria in crowdsourcing12.

Il tema è tuttora in corso di articolazione: è straordinario osservare gli effetti del suo “farsi” in tempo reale, attraverso la rete, in un dibattito live a scala planetaria a cui tutti possono assistere e, almeno potenzialmente, dare un contributo. È la prima volta che una cosa del genere accade a livello globale – dato che solo oggi abbiamo davvero a disposizione gli strumenti, i media per farlo – e questo per la #NA è già di per sé un risultato di grande rilievo.

Il problema a questo punto è che, come Bridle ha spesso osservato, forse la stessa definizione “The New Aesthetic” è un poco imprecisa. E lo è sia dal punto di vista semantico che da quello concettuale.

3. Le parole sono importanti

Chiamare questa novel thing col termine “The New Aesthetic” potrebbe condurre a dei fraintendimenti di principio, di cui si può discutere per ore se accettabili – ormai il termine è inesorabilmente lanciato: è uno dei memi teorici più promettenti del momento – oppure no.

La parola estetica ha origine dal termine greco αἴσθησις, “sensazione”, e dal verbo αἰσθάνομαι, “percepire attraverso i sensi”. Baumgarten intitolò proprio “Aesthetica13 il suo testo in latino pubblicato nel 1750, in cui metteva a punto una autonoma “Scienza del Bello”, stabilendo un confine e propri criteri di valore rispetto alla Filosofia, di cui rappresentava uno spin-off. Diderot14 superò l’approccio idealista di Baumgarten proponendo una sua ipotesi relativistica di “senso estetico”, che da allora comincia ad essere articolato come rapporto tra oggetto e sensibilità individuale di chi lo percepisce. Altri poi hanno continuato, con più o meno successo, ad approfondire e far crescere questa disciplina: Heidegger, Croce, Adorno, Wittgenstein, Baudrillard per citarne solo alcuni.

L’ estetica, quindi, è una cosa seria. Ma è anche una parola che nel corso del ‘900 ha come subìto una torsione, uno svuotamento di senso: oggi estetica è un termine abusato, spesso svilito, comunemente confuso con concetti originariamente estranei: moda, cosmetica, persino dietetica, senza contare le digressioni del termine in campo medico-chirurgico. Nel senso comune sembra aver perso i suoi legami con la ‘sensazione’, e lo studio del rapporto tra soggetto critico ed oggetto, col fine di trarne giudizi di valore15, è relegato in secondo piano, se non del tutto ignorato: spesso infatti estetica viene affiancata al gusto, ad un generale senso di gradevolezza, di narcisistico ed acritico feeling happy and comfortable. Ad un mood, per l’appunto.

E così anche l’Estetica, quella con la E maiuscola, intesa come settore del sapere e strumento di conoscenza, si adegua e pare abbracciare la complessità contemporanea disperdendosi in una indefinita, buonista teoria generale della cultura sensoriale.

Il limite – o se vogliamo anche il vantaggio – della New Aesthetic come estetica, allo stadio di work in progress in cui oggi si trova, è la sua mancanza di struttura teorica. Si tratta di un embrione di teoria che sta prendendo forma per accumulo e reiterazione di informazioni, attraverso una sorta di attacco di forza bruta da cui si presume possa scaturire una chiave di lettura. Una sommatoria di esempi concreti, una collezione di “ciò che potrebbe essere NA”, potenzialmente ampliabile all’infinito. In questo sono perfettamente d’accordo con quanto osserva Bruce Sterling:

The New Aesthetic is a genuine aesthetic movement with a weak aesthetic metaphysics.16

E proprio per questa mancanza di struttura, a ben guardare, assistiamo ad ulteriori effetti collaterali. Infatti qualche bel problema ce l’ha anche l’aggettivo “nuova”.

4. Beta-testing e bugs: il problema del “nuovo”.

Stiamo assistendo live alla formazione di una teoria. E, come in tutte le fasi di beta-testing, possono emergere dei bug. Prima di tutto, anche ammesso che il termine “Estetica” sia opportuno – pur con i distinguo sopra citati – definire compiutamente questa “cosa” come nuova non è così scontato.

Ho già avuto modo di dire altrove17 che nulla si crea dal nulla. La teoria evoluzionistica parla chiaro: natura non facit saltus. Anche la natura umana obbedisce alle stesse regole: si va avanti per prove ed errori, e si procede per piccoli o grandi passi, con una certa continuità. Accade così anche con le idee. Che però hanno un vantaggio: si muovono ed evolvono molto più velocemente rispetto al mondo biologico. Subiscono mutazioni e salti di paradigma anche nel corso di una stessa generazione (pensiamo all’idea di privacy che avevamo vent’anni fa e quella che abbiamo oggi, quando volontariamente mettiamo in pubblico tutta una serie di informazioni personali fino a ieri ritenute intime, riservate).

In alcuni fortunati casi qualcuno è capace di guardare più avanti degli altri: reinterpretando, remixando ciò che si ha a disposizione con risultati inediti. La cui portata spesso viene compresa solo qualche tempo dopo. È per questo che in campo artistico molte produzioni o movimenti di avanguardia sono stati definiti con l’aggettivo “nuovo”: il Dolce Stilnovo, l’Art Nouveau, la Neue Sachlichkeit, il Neorealismo solo per citare qualche esempio. Si tratta di particolari, felici momenti storico-culturali in cui le cose cominciano ad essere viste in modo diverso, da altre angolazioni.

Spesso queste nuove sensibilità artistiche sono scaturite interpretando o anticipando profondi cambiamenti nella società e nella tecnologia. Cito due esempi: è indubbio il rapporto strettissimo tra le avanguardie del primo Novecento e le tante innovazioni industriali e sociali dell’Epoca della Macchina; o quello tra la Pop-Art ed i progressi epocali nel mondo della comunicazione e del marketing del secondo dopoguerra.

Più ci avviciniamo ai nostri giorni, più il rapporto della sensibilità artistica nuova con il suo tempo diventa quasi indissolubile: per assurdo, se mostrassimo un prodotto artistico d’avanguardia ad un pubblico – anche colto – di cinquant’anni prima, probabilmente tale pubblico non avrebbe a disposizione gli strumenti critici e culturali per decifrare l’opera.

Domanda: possiamo affermare, quindi, che in una prospettiva storica la New Aesthetic sia l’ultima delle tante new aesthetics che si sono susseguite nel corso dei secoli, l’ultimo balzo in avanti di una fortunata serie? Non proprio: direi che stavolta le cose sono un po’ più complicate.

Prima di tutto abbiamo un problema serio. Al di là della sua estrema freschezza, è davvero “New”? Si tratta davvero di avanguardia? Siamo proiettati nel futuro? Se ci guardiamo un po’ indietro, infatti, la fascinazione delle arti e della cultura visuale per la sovrapposizione tra digitale e reale è tra noi ormai da almeno quattro decenni: chi conosce i Kraftwerk sa a cosa mi riferisco.

Da allora molte cose sono cambiate, radicalmente. Il digitale è diventato, col tempo, parte integrante delle nostre vite in modi sempre più naturali, tanto meno visibili quanto più decisivi. A differenza di qualche anno fa, non lo percepiamo nemmeno più come qualcosa di estraneo, di altro da noi: non dobbiamo quasi più curarcene. È uno stumento come un altro, un tool come tanti di cui ci siamo sempre serviti nel corso della storia.

5. Enlarge your abilities

Cosa sono le macchine? Direi che sono nostri strumenti, prolungamenti del nostro corpo, protesi tecnologiche.

A differenza di gran parte degli altri esseri viventi, l’uomo ha coscientemente inventato ed utilizzato strumenti ed add-ons sempre più evoluti e raffinati per aumentare e moltiplicare le sue capacità.

Cosa sarebbero i primi rudimentali strumenti agricoli e di lavoro, le lenti di ingrandimento, i binocoli, gli orecchi artificiali, i sistemi di comunicazione attraverso segnali dapprima visuali, poi via cavo o via radio, i radar o i sonar, i satelliti, i telescopi terrestri o spaziali, i sistemi di sorveglianza, se non amplificatori sempre più avanzati per i nostri sensi limitati?

Abbiamo anche implementato le nostre capacità motorie mettendo a punto mezzi di locomozione personale e collettiva sempre più efficienti, tanto da permettere praticamente a tutti, oggi, di coprire distanze impensabili solo qualche decennio fa in tempi ragionevoli.

Abbiamo poi cercato di superare i limiti della nostra memoria biologica ideando mezzi di annotazione, calcolo ed archiviazione sempre più sofisticati: pensiamo all’invenzione della scrittura, o della rappresentazione grafica, al manoscritto e poi al libro, alla stampa, alla macchina fotografica e alla telecamera, al computer ed ai supporti digitali, ad internet ed al Cloud computing. Tutti prolungamenti, implementazioni del nostro essere limitato, che utilizziamo a nostro vantaggio18 e in base alle nostre esigenze.

Quindi alla sopravvivenza e al sostentamento, alla supremazia sull’ambiente e sull’altro (soddisfacimento dei bisogni primari) si sono affiancate via via esigenze più raffinate (socialità, comunicazione, crescita culturale, autocompiacimento) che hanno comportato ulteriori passi avanti nella creazione di strumenti artificiali al nostro servizio, per aumentare ulteriormente le nostre capacità, o per crearne di inedite.

È un fatto che tutte queste cose sono un nostro prodotto, ed il loro output – sia esso in forma comprensibile da chiunque, o in forma di codice – è stato pensato dall’uomo in modo che possa essere letto/decodificato dai nostri sensi, o da altri strumenti/macchine al nostro servizio, comunque dalla nostra mente.

6. L’occhio vede ciò che sa

L’output delle macchine, il loro linguaggio, i loro metodi di rappresentazione utilizzano sempre codici proprietari dell’uomo. Lo stesso linguaggio-macchina è un prodotto umano: almeno per ora le macchine non inventano autonomamente codici per noi indecifrabili. Migliorare e perfezionare questa comunicazione in codice, rendere il linguaggio-macchina praticamente “invisibile”, perfettamente tradotto in output comprensibili dall’uomo comune (linguaggio naturale) è il lavoro – umanissimo – dell’interaction design e dell’UI design.

Spero sia chiaro a tutti che le macchine, per ora, vengono progettate e prodotte dall’uomo per l’uomo.

Senza dubbio sono affascinanti, ma i droni non si muovono per volontà propria: non sarebbero capaci nemmeno di decollare se gli uomini non li guidassero a distanza, o non programmassero un piano di volo. Le telecamere dei droni (così come qualsiasi sistema di controllo remoto) guardano ciò che noi vogliamo guardare. I droni militari armati colpiscono i nostri obiettivi. I fantastici drone swarms di Gramazio & Kohler costruiscono edifici di polistirene in base ad umanissimi, elvetici algoritmi.

Qualche altro esempio. Non avrebbe alcun senso che un visore X-ray avesse come output un’ulteriore immagine a raggi X, visibile non si sa da chi: il risultato della scansione è sempre visualizzato in un display che trasmette immagini nel range di visibilità dell’occhio umano19.

I primi scanner tridimensionali (ma anche le versioni precoci dei programmi di modellazione 3D per workstation grandi come armadi) avevano limiti computazionali che comportavano una discretizzazione degli oggetti complessi, semplificati per punti in sistemi di mesh poligonali. Il primo rendering tridimensionale animato della storia è l’animazione del modello poligonale di una mano, realizzato nientemeno che da Ed Catmull e dalla sua neonata Pixar nel 1972.

(VIDEO)

Oggi queste visualizzazioni poligonali lo-res nel mondo della grafica 3D sono soltanto un ricordo: con le possibilità dei processori multi-core, ormai presenti perfino nei nostri telefoni mobili, la tendenza è quella di una restituzione tridimensionale di tipo seamless sempre più precisa.

Vogliamo che le nostre macchine restituiscano qualcosa di realistico, non più solo bozze sintetiche e discrete. Vogliamo poter disporre di rappresentazioni della realtà al massimo della definizione disponibile20.

Oggi parlare di bassa risoluzione nell’era dei retina display e del seamless 3D, della fibra ottica e dei 200FPS rischia di apparire come un vezzo vagamente retrò.

Direi quindi che sì, le macchine ci vedono: ma ci vedono nei modi in cui noi le abbiamo programmate per vederci, al meglio delle possibilità tecnologiche del momento. Ci vedono nei modi in cui noi vediamo. Ci vedono nei modi più opportuni e più vantaggiosi in termini tecnico-economici, in base alla loro funzione e alla tecnologia a disposizione. Modi che, col passare del tempo e con lo sviluppo tecnologico, saranno sempre più “naturali” e meno artefatti. Modi che noi – umani – abbiamo scelto e fatto evolvere al nostro servizio, o per il nostro piacere. Così è, almeno per ora: in fin dei conti le macchine ci guardano con i nostri occhi.

Quindi: Bridle ha colto nel segno, nel senso che ai nostri giorni c’è una tendenza, una fascinazione per la sovrapposizione tra digitale e reale. Verissimo. Ma nella #NA questa fascinazione non è per come le macchine ci vedono, ma piuttosto per come noi ci siamo guardati attraverso le macchine fino a qualche tempo fa: senza dubbio oggi, 2012, le cose sono decisamente migliorate21.

Quindi, se i filtri retrò-glam di Instagram ci convincono sempre meno, potremmo dire che anche la #NA utilizza dei filtri concettuali – più sofisticati, certo, ma pur sempre filtri – con cui si seleziona e si altera il presunto oggetto di interesse. E raramente una estetica, o per lo meno il giudizio di valore estetico, si serve di filtri.

7. Umano, troppo umano

La vera storia è che gli uomini tendono a cercare, o a proiettare un senso anche laddove non ce n’è. Siamo fatti così: c’è un baco nella nostra mente che da sempre ci fa trovare significati, o cercare un’anima anche nelle cose inanimate.

La riflessione dell’uomo intorno al concetto di “cosa”ha impegnato senza sosta i più grandi filosofi di tutti i tempi. Negli ultimi decenni il ragionamento filosofico ha fatto un ulteriore salto di qualità. Stiamo infatti assistendo ad una progressiva “reificazione” dell’uomo e ad una presunta “sensibilizzazione” dell’inorganico, del non-umano: pensiamo alla cultura Cyberpunk (di cui uno dei padri teorici è lo stesso Sterling) o alle speculazioni della Object Oriented Ontology (“OOO”).

Come uomini siamo intellettualmente, filosoficamente, letterariamente affascinati dalla cosa. Mario Perniola, nel suo “Il sex appeal dell’inorganico” (Einaudi, 1994) ne dava una sua chiave di lettura:

Esaurito il grande compito storico di confrontarsi con Dio e con l’animale, che risale in Occidente al tempo degli antichi Greci, ora è la cosa a chiedere tutta la nostra attenzione […]. Ai movimenti verticali, ascendente verso il divino o discendente verso l’animale, succede un movimento orizzontale verso la cosa: essa non è né sopra né sotto di noi, ma accanto a noi, da un lato, intorno a noi […].

La trasformazione del soggetto in una cosa che sente sembra far parte di un immaginario fantascientifico in cui l’organico e l’inorganico, l’antropologico e il tecnologico, il naturale e l’artificiale si sovrappongono l’uno con l’altro. A partire dal momento in cui la fantascienza ha introdotto tra l’uomo ed il robot figure intermedie che presentano aspetti tanto dell’uno quanto dell’altro, si è aperta tutta una vasta problematica che rimanda alla natura di un sentire che non è ancora pienamente umano (come nel caso del replicante, dell’androide o del simulacro), o che non è più umano (come nel caso del cyborg, un uomo nel cui corpo sono state introdotte numerose protesi). L’orientamento generale di tale immaginario resta tuttavia per lo più umanistico e naturalistico: sebbene queste forme intermedie siano talora superiori all’uomo nelle specifiche prestazioni funzionali in vista delle quali sono state prodotte, esse permangono da un punto di vista globale inferiori al loro inventore ed autore. Questa dipendenza dal modello umano caratterizza non solo il replicante, la cui differenza rispetto all’originale sebbene non visibile resta rilevante, ma anche il cyborg che non riesce ad essere altro che un uomo potenziato e perfezionato.

C’è un che di consolatorio in questo. Il fascino per l’inorganico, questo proiettare vita e senso laddove – se ce ne sono – sono la nostra vita ed il senso che noi infondiamo, in filosofia e in letteratura ha prodotto esiti interessantissimi.

Esiti che però, alla fine dei giochi, rappresentano l’uomo che si guarda allo specchio. La #NA, per ora, ne è l’estrema incarnazione in campo visuale.

8. Epilogo: do androids dream of an electric aesthetic?

Ho un’ammirazione estrema per Sterling, e concordo con il 95% del suo saggio di Wired. Ma mi azzardo, che dio mi perdoni, a non essere completamente d’accordo con lui quando, nella parte in cui elenca dal suo punto di vista i limiti della #NA, parla del fallimento dell’Intelligenza Artificiale (AI) negli scorsi decenni:

Artificial Intelligence […] is a failed twentieth-century research campaign, reduced to a sci-fi conceit22.

Credo che Sterling abbia un poco semplificato. O per lo meno, io la vedo diversamente.

La butto lì: secondo me con l’AI non è andata – o almeno non ancora – come la Sci-Fi si sarebbe aspettata. Se osserviamo bene, non è fallita. In realtà c’è in giro molta più AI di quanto non sembri in apparenza. Ma il suo ruolo si è affinato nella soluzione di singoli problemi specifici di estrema complessità, e la sua presenza è, come si dice tecnicamente, in background: perfettamente dissimulata da fluide, naturali, rassicuranti interfacce-utente. Ad esempio c’è AI sofisticatissima nell’ESP e nell’ABS delle nostre automobili, così come nel processo degli algoritmi di riconoscimento vocale, o nei programmi OCR di digitalizzazione della scrittura, o nei sofisticati sistemi di previsione meteorologica. C’è, è lì dietro che sta lavorando, e non serve che noi ce ne accorgiamo.

Il problema è che questa AI non è intelligente nel modo in cui non tanto la scienza, ma l’arte e la letteratura si sarebbero aspettate. È, diciamo così, intelligenza artificiale “di servizio”, sofisticatissima ma ovviamente priva di volontà autonoma. Pensiamo alle potenzialità e all’immaturità di Siri, l’ineffabile modesto assistente virtuale di Apple, a quasi un anno dal lancio ancora in fase beta: a parte la simpatia per questa promettente tecnologia – oggi utilissima per compiti relativamente semplici come la dettatura/lettura automatica dei messaggi e poco altro – è chiaro che non bastano decine di migliaia di metriquadri di serverfarm remote per fargli rispondere sensatamente a domande poco più che banali (anche se a me concettualmente intriga molto più Siri di quanto non facciano, ad esempio, le immagini pixelate, ma è una mia opinione).

Siamo ancora di fronte ad intelligenza di servizio, automatizzazione di compiti specifici. Incapace di esprimere nuovo senso, o capace di farlo soltanto parzialmente, oltretutto perché programmata a tale scopo dall’uomo. Per ora.

Certo, non sarà sempre così. La capacità di calcolo dei processori tende ovviamente ad aumentare col passare degli anni. Se a questa crescita affianchiamo il miglioramento progressivo – anch’esso inesorabile – dei sistemi operativi, possiamo essere certi che arriverà un tempo in cui le macchine avranno più neuroni equivalenti dei nostri, non più legati a codici binari ma governati da algoritmi di rete neurale: diventeranno via via più intelligenti, più raffinate, forse anche più colte di noi. Arriverà il giorno in cui verrà prodotto l’ultimo processore, o l’ultimo sistema operativo, o l’ultima macchina da parte dell’uomo.

Poi ci sarà il sorpasso. Impareranno magari ad essere autonome, a decidere di riprodursi, ad implementare le proprie capacità ed i propri criteri di giudizio, ad evolvere secondo percorsi propri, prescindendo dalla nostra esperienza millenaria: non è detto che trovino utili le nostre informazioni, la nostra cultura, i nostri memi.

Impareranno a guardarci – allora sì – con i loro nuovi occhi. A produrre rappresentazioni in codici per noi sconosciuti, funzionali a criteri cui noi non parteciperemo, prodotti da processi logici o creativi per noi ormai insondabili, fuori dalla nostra portata. Sinceramente non so quanto troveremo interessante questa cosa, o se queste macchine vorranno condividerla con noi. Ma sarà, quella sì davvero, una Nuova Estetica.

Quindi, per rispondere alla domanda del titolo: Do androids dream of an electric aesthetic? Almeno per ora direi proprio no. Non corriamo ancora il rischio di stupirci in questo modo. Per molti anni nessuna macchina ci racconterà di raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser: ancora innumerevoli Blue Screen Of Death ci attendono lungo la strada.

Intanto la New Aesthetic coniata da Bridle è un raffinatissimo prodotto del nostro tempo, con i limiti delle cose ancora acerbe, in corso di definizione. Seppur programmaticamente intenda indagare la vita interiore delle macchine, per ora ne coglie frammenti “rassicuranti”, quasi familiari (pixels e poligoni anni ‘80, artefatti, fails e BSODs, metodi per ingannare gli algoritmi di face-detection).

Insomma, coglie proprio quello che, in fondo, dalle macchine noi uomini ci aspettiamo: la loro visibilità, la loro riconoscibilità, se vogliamo anche la loro fallacità. Il modo in cui la tecnologia oggi pervade le nostre vite, si insinua invisibile in ogni aspetto del quotidiano – forse molto meno Tumblr-genico, forse molto più inquietante – per ora pare non interessare.

Non so se ancora siamo capaci di cogliere questo passaggio evolutivo cruciale (è sempre difficilissimo osservare la big picture dal suo interno). Ma secondo me le potenzialità di questa nuova sensibilità sono immense, e molte di esse ancora inespresse: sono certo che se uscirà dalla fase di mood-board (o di Bridlebot, con parole di Sterling), se riuscirà ad acquisire maggiore struttura, se spalancherà gli occhi e tenderà le orecchie, la New Aesthetic – oggi allo stato grezzo – potrebbe essere la prima, vera avanguardia del millennio, su scala globale. Un collettore di esperienze e di visioni critiche avanzate, finalmente proiettato in avanti, oltre questo eterno presente con la memoria corta. Capace di raccogliere, e speriamo anche di generare, inediti approcci teorici e formali.

PS: Nel frattempo, noto che innumerevoli spambot stanno automaticamente rilanciando tutti i tweet con hashtag #NewAesthetic. C’è da preoccuparsi?

(scritta tra febbraio e giugno 2012)

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NOTE

1Piccolo riassunto per chi non ne ha mai sentito parlare, o in questi mesi era impegnato a fare altro: tutti gli altri possono iniziare dal 2.

2 http://www.riglondon.com/blog/2011/05/06/the-new-aesthetic/

3 http://new-aesthetic.tumblr.com/day/2011/05/6/

4 Bridle è stato spesso invitato a discuterne in conferenze e talks in giro per il mondo, tra cui nell’Ottobre 2011 al “Web Directions South”, Sidney, Australia: http://booktwo.org/notebook/waving-at-machines/.

Altra occasione in “We found love in a coded space”, una Lift Conference tenuta a Geneva da Bridle il 24 febbraio 2012: http://videos.liftconference.com/video/4823292/we-fell-in-love-in-a-coded

5 SXSW 2012 – Panel “The New Aesthetic: seeing like digital devices”, Austin, Texas, 12 marzo 2012: http://booktwo.org/notebook/sxaesthetic/

6 Bruce Sterling, “An Essay on the New Aesthetic”, 2 aprile 2012: http://www.wired.com/beyond_the_beyond/2012/04/an-essay-on-the-new-aesthetic/

7 Hanno “risposto” alle provocazioni di Sterling, tra gli altri: The Creators Project, Warren Ellis, Dan Catt, Rahel Aima, Greg Borenstein, Ian Bogost.

8 Ian Bogost, “The New Aesthetic needs to get weirder, The Atlantic, 13/4/2012: http://www.theatlantic.com/technology/archive/2012/04/the-new-aesthetic-needs-to-get-weirder/255838/

9 In cui, dopo qualche ringraziamento di rito, si annuncia che il progetto “will continue in other forms and venues”.

10 Anche se in molti pensano che questo sia un peccato, e denunciano una sorta di eccessiva modestia.

11 Bridle ha affermato in un’intervista per il Design Observer che il termine “The New Aesthetic” era uscito un po’ di getto: col senno di poi, non è proprio il massimo, ma pare che comunque “funzioni”.

“The definition was incredibly broad. […] Despite such a weak name, the term has struck a chord with people, and I receive frequent emails and tweets from people saying “Is this…?” or even “I think this is New Aesthetic…” I still use my own fuzzy judgment on what to add to the Tumblr collection, but I agree with them more often than not.”

(in: Design Observer, “Questions about ‘The New Aesthetic’, Rob Walker 11.01.11).

12 Lo ha ammesso lo stesso Bridle spiegando gli sviluppi del concetto di #NA alla SXSW 2012:

I went to CERN, and one of the many great things about it is that people are doing things there in order to understand what they are doing, and it’s this vast iterative process with no definite outcome, but we do it because, perhaps, this is what we do when we encounter new things; we cannot do otherwise” (James Bridle, “#sxaesthetic”, report on the NA Panel at SXSW2012, 15/3/2012: http://booktwo.org/notebook/sxaesthetic/ )

13 Baumgarten, Alexander Gottlieb, Aesthetica, §1; cited from Hans Rudolf Schweizer, Ästhetik als Philosophie der sinnlichen Erkenntnis: Eine Interpretation der “Aesthetica” A.G. Baumgartens mit teilweiser Wiedergabe der lateinischen Textes und deutscher Übersetzung (Basel: Schwabe, 1973).

14 Woodward, Suzanne, 1991, Diderot and Rousseau’s Contributions to Aesthetics, Bern: Peter Lang.

15 Intesi comunque come giudizi mai assoluti, bensì relativi, convenzionali: il “bello relativo” o il “bello nell’occhio di chi guarda” sono concetti ormai acquisiti.

16 Bruce Sterling, “An Essay on the New Aesthetic”, cit.

17 “Conosci il tuo [Archi-]Meme”, Luca Silenzi in Domus 956, marzo 2012: http://www.domusweb.it/it/op-ed/conosci-il-tuo-archi-meme-/

18 È utile ricordare anche il “lato oscuro” di questo ragionamento: gran parte delle innovazioni tecniche e tecnologiche della storia umana inizialmente sono state ideate o perfezionate per scopi bellici o militari: strumenti a vantaggio di alcuni a discapito di altri.

19 Il fatto che l’immagine sia verde e non a colori naturali è dovuto a questioni tecniche (la scansione, che avviene attraverso un cosiddetto “tubo fotocatodico” sensibile all’illuminatore a raggi X, viene trasmessa ancora oggi ad uno schermo a fosfori verdi, con funzione di monitor).

20 A breve potremo utilizzare innovative applicazioni di mappe tridimensionali capaci di renderizzare intere città in pochi secondi (la tecnologia di C3 Technologies è stata implementata negli scorsi decenni per il puntamento dei missili balistici di precisione), che potremo consultare da qualsiasi angolazione ovunque ci troviamo dai nostri telefoni o tablet: il futuro è la verosimiglianza e l’accuratezza. L’odierno Google Earth o le immagini satellitari tra qualche tempo ci sembreranno limitate e un po’ nostalgiche.

21 Qualcun’altro inizia a pensarla come me:

As we are on the verge of the Post New Aesthetic we might consider the New Aesthetic movement as a final celebration of the visibility of the digital. The movement seems to wave goodbye at the time when digital imagery was obviously digital and its look dictated by technical limitations”.

Alan Ruić, “Waving goodbye at the machines”, 1/5/2012: http://alanruic.tumblr.com/post/24152365447/waving-goodbye-at-the-machines

22 Bruce Sterling, “An Essay on the New Aesthetic”, cit.

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Postfazione a questa versione del testo

Questo saggio in realtà è nato come spin-off da un altro, lungo scritto che prima o poi mi deciderò a completare: infatti in origine sarebbe dovuta essere la parte finale del secondo capitolo di quella ciclopica Trilogia sulla Rappresentazione – la raccolta di una lunghissima serie di appunti su un tema a me particolarmente caro – che mi ero ripromesso di pubblicare in rapida sequenza qualche mese fa, e della quale ha visto la luce solo il primo capitolo.

Strada facendo è accaduto questo: montando insieme e raffinando le varie parti, ne è venuto fuori materiale per una ulteriore serie di singoli articoli che meriterebbero una trattazione a parte. Quindi “Do Androids” è una specie di spoiler, un anticipo di finale: parte proprio dal termine del viaggio temporale previsto nella Trilogia, ed è il primo esempio di queste “spore” sulla rappresentazione che spero di fissare prima o poi in una trattazione dignitosa.

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