“La casa è un’app per abitare?” (“se state guardando questo videomessaggio, qualcosa è andato storto…”)

Diego Terna – architetto e autore del blog L’Architettura Immaginata, che ringrazio di cuore –  mi ha gentilmente invitato ad una interessante conferenza da lui organizzata nel contesto della mostra antologica “SPAZI COMPOSTI DI FRANCO NORMANNI“, coordinata dalla brava Ilaria Mazzoleni nella splendida location della ex Chiesa della Maddalena di Bergamo (la supervisione artistica del progetto espositivo è a cura di Alessandro Mendini). Il tema della conferenza, che si terrà stasera 12 maggio 2011, sarà: “L’Architettura Immaginata: la casa è un’app per abitare?”.

Con le parole di Diego Terna:

“La conferenza vorrebbe essere occasione di un breve dibattito sull’influenza della cultura digitale nei confronti dello spazio architettonico, ipotizzando un parallelo fra architettura e ipertesto, in ricordo di quanto proposto da Carlo Mollino nel 1946 paragonando la poesia all’architettura. La conferenza stessa si organizzerà come una sorta di iper-attività, attraverso contributi di differenti media, da una performance teatrale a messaggi video, testi scritti, dialoghi fisici, per poi sfociare nel web e continuare il dibattito sulla rete” .

Moderatore della serata sarà lo stesso Diego Terna insieme con Ilaria Mazzoleni. Ospiti presenti negli spazi dell’ex Maddalena saranno Fabio Fornasari, Oliviero Godi, Giovanni La Varra, Paolo Panetto e Pietro Valle. Tra gli invitati presenti in videoconferenza registrata (indicati nell’abstract dell’iniziativa col termine evocativo di “corpi virtuali”) ci saranno Marco Atzori, Marco Brizzi, Silvio Carta, Salvatore D’Agostino, Mario Gerosa, Tiago Giora, Stefano Mirti, Emmanuele Pilia, Luigi Prestinenza Puglisi, Ugo Rosa, Italo Rota e il sottoscritto. Posso tranquillamente dire di essere in ottima e illustre compagnia, spero di essere all’altezza della situazione.

Ci è stato chiesto, in qualità di corpi virtuali, di rispondere in un tempo massimo di 5-6 minuti e dopo una breve presentazione a cinque domande. Domande che, a ruota libera, avrebbero occupato ore di discussione:

1. Cos’è successo all’architettura durante la rivoluzione digitale?

2. La virtualità influenza solo i media di produzione grafica o cambia la natura dello spazio architettonico?

3. La riflessione critica sull’architettura sta sfruttando (e in che modo) l’approccio multimediale introdotto con l’avvento del web?

4. Navigare su web implica uno spazio fisico?

5. La casa è un’app per abitare?

Il tempo limitato ci ha costretto ad essere il più possibile chiari e sintetici.

Personalmente è la prima volta che faccio una cosa del genere, oltretutto per un tema tanto stimolante. Esperienza piuttosto divertente (anche se all’inizio del video è evidente che sono piuttosto rigido). Ho cercato nell’esposizione di essere rapido, di non entrare troppo nello specifico, e di essere il più chiaro e diretto possibile, evitando di annoiare la platea: per lo meno, quando vado “live” cerco sempre di fare così… Ho pensato al format del mio contributo, dato il tema proposto, come un esempio concreto di “ipertesto parlato” , o se vogliamo di “iper-conferenza” (ancor più figo: hyper-talk): girano immagini e video sopra la mia esposizione, riferiti a ciò che dico o che magari non cito direttamente per evitare lungaggini inutili. Non so se il risultato è all’altezza delle aspettative, ma tant’è…

Il video quì sotto è lo stesso che vedranno stasera a Bergamo, una anteprima assoluta per gli aficionados di questo “blog” del mio primo videomessaggio registrato senza contraddittorio (ero tentato di iniziare con una frase del tipo “se state vedendo questo videomessaggio, vorrà dire che qualcosa è andato storto e non posso essere con voi…”, ma poi ho preferito maggiore sobrietà…).

Conferenza Maddalena – Contributo Luca Silenzi

Il testo che segue rappresenta la “sbobinatura” dell’intero girato, senza tagli. Sono stati aggiunti dei link alle citazioni più significative.

Buona visione, o se volete buona lettura.

____________________

Corpo

Luca Silenzi, 10 novembre 1972, architetto

Coordinate virtuali

Mac/PC? Mac, decisamente. E da tempi non sospetti (1996). Non sono un fanboy di Apple a prescindere.

Browser? Mozilla (Firefox), e a volte anche Safari (adoro la pagina iniziale che tiene memoria di cosa ho visitato negli ultimi giorni)

Text Editor? Pages + Openoffice. Se debbo fare bella figura Adobe InDesign.

3D-2D? Parto sempre dal 2D con innumerevoli schizzi e bozzetti a mano, per poi arrivare al disegno cad 2D e infine al 3D. Spesso torno agli schizzi a mano per le correzioni in corsa.

Render/Photoshop? Un render serio griderebbe vendetta senza Photoshop

iPhone/Blackberry? iPhone (vedi Mac/PC)

Facebook/Twitter? Facebook e Twitter (ciascuno per la sua peculiarità)

Book/e-book? Per ora libro cartaceo: non amo molto gli e-book, sono piuttosto rudimentali. Inoltre mi piace il tatto e il profumo della carta e lo spessore delle pagine da leggere che si assottiglia (dettagli importantissimi per un lettore, improponibili anche per il migliore Jony Ive)

Architettura

1. Cos’è successo all’architettura durante la rivoluzione digitale?

Credo che l’architettura abbia subito un radicale mutamento di prospettiva temporale: ho già detto altrove che se fino a ieri era la più lenta delle arti, oggi – sebbene si impieghino come prima mesi o anni per la sua progettazione e costruzione – anch’essa è qualcosa di fruibile in tempo reale.
E questo è avvenuto proprio grazie alla rivoluzione digitale: non solo possiamo avere anticipazioni o notizie di prima mano sullo sviluppo di un progetto, di una teoria o di una idea architettonica (ad esempio tramite il sito o i tweet del progettista o del critico), ma pure possiamo commentare e dare il nostro giudizio in tempo reale su quanto osserviamo. Tutti possono farlo, non solo gli addetti ai lavori.
Non ci sono più filtri, non ci sono più gatekeeper, tutto è più immediato. Cioè: senza mediazioni.
2. La virtualità influenza solo i media di produzione grafica o cambia la natura dello spazio architettonico?

Tutti noi in passato credevamo che avremmo prima o poi assistito alla nostra progressiva migrazione in una sorta di mondo virtuale. Second Life ha rappresentato, negli scorsi anni, una delle immagini più vicine al futuro come ce lo saremmo aspettato, il famoso cyberspazio sul modello di Tron, o meglio del Tagliaerbe di Stephen King.

Se ora ci guardiamo intorno, la realtà è un po’ diversa, e sta superando le nostre fantasie più sfrenate: non serve che entriamo nel mondo virtuale, è il virtuale stesso che si sta spostando da questa parte, mimetizzato nei servizi web che tutti ormai sanno utilizzare. Il computer è diventato un elettrodomestico di uso comune. Per non parlare della diffusione degli smartphone e degli iPad. Senza esagerare, stiamo assistendo alla seconda rivoluzione digitale, o per lo meno a quella più importante. E sta avvenendo senza troppe frizioni, quasi in modo naturale.

Se nostra zia prima era negata con le mail, oggi ci invia le foto della settimana bianca tramite Facebook dal suo cellulare. Ci troviamo Youtube tutte le sere nei telegiornali per la rubrica delle buffonate. Se all’inizio internet era una frontiera, oggi possiamo ben dire che è diventato un fenomeno di massa.
E nel nostro mestiere sono cambiati radicalmente gli strumenti per produrre e controllare lo spazio architettonico, oggi praticamente alla portata di tutti gli studi.

Certo, lo spazio architettonico non è mutato radicalmente, ma ha certamente subìto dei riverberi dal concetto di virtuale: penso alle sperimentazioni di Hani Rashid/Asymptote (che poi sono passati con maggior soddisfazione all’architettura “tradizionale”…) e alla TransArchitettura, ormai con oltre 10 anni alle spalle. Anche in questo campo ci si deve aspettare un’evoluzione, non servirà più entrare in second life o nel cyberspazio per produrre o visualizzare spazi sperimentali, oggi gestibili in modi molto più interessanti ed immediati di qualche anno fa.
In questo senso, la realtà aumentata rappresenta una possibilità ancora inesplorata: schede grafiche permettendo, potremo passeggiare in una città e, puntando l’iPhone o il Droid (o forse speciali occhiali) in qualsiasi direzione, saremo in grado ad esempio di ammirare da fuori o camminare dentro  progetti irrealizzati per i più prestigiosi concorsi internazionali, o sculture interattive che sfidano le leggi fisiche. Solo due o tre anni fa poteva essere considerata pura fantascienza.

Credo che siamo ad una svolta, dobbiamo essere pronti per questo nuovo modo di fruire architettura, non più necessariamente costruita per essere apprezzata da tutti. O per essere analizzata dai critici.
3. La riflessione critica sull’architettura sta sfruttando (e in che modo) l’approccio multimediale introdotto con l’avvento del web?

Per semplificare un po’ diciamo che esiste una critica più istituzionale ed autorevole che tenta di utilizzare il web come medium complementare a strumenti più tradizionali – articoli su riviste, pubblicazioni e libri, talks e conferenze, lezioni accademiche. In questo caso assistiamo ad una mera trasposizione nel web dei dattiloscritti in Word utilizzati negli altri media, documenti di testo molto spesso autoreferenziali e privi di link, con qualche nota a margine quando va bene. In questo caso c’è del gran lavoro ancora da fare, non c’è un vero e proprio approccio multimediale se non nell’utilizzo della rete in sé rispetto ad altri supporti.

Sul lato opposto troviamo tutta la cosiddetta blogosfera che si occupa di architettura, costituita da volenterose “testate indipendenti” che ormai stanno sulla notizia forse più di quelle tradizionali, e proprio perché indipendenti e con le mani libere spesso con tagli critici più coraggiosi, che salvo pochi casi non rendono conto a nessuno; la contropartita è, in generale – con le dovute eccezioni – un certo difetto di autorevolezza, nel senso che tale autorevolezza è in molti casi ancora troppo poco riconosciuta dall’estabilishment tradizionale.

Spesso i blogger sono molto corretti nel linkare i loro riferimenti, e hanno dimestichezza a correlare i propri testi con numerosi documenti multimediali. Alcuni blog si distinguono dagli altri per la qualità dei testi e dei rimandi ad altro, fuori dal topic dell’architettura: tra questi cito BLDG Blog di Geoff Manaugh; Fantastic Journal di Charles Holland; Wilfing Architettura dell’infaticabile Salvatore D’Agostino.

Metterei poi insieme gli aggregatori tematici di news tipo ArchDaily, Dezeen, ArchitectureFeed (che è un bellissimo e comodissimo meta-aggregatore), abituati a lavorare con links e materiali multimediali in tutti i loro articoli. Per questi, la notizia tende ad essere preminente rispetto all’opinione e al contributo critico (non è il loro campo).

Infine noto con interesse che – finalmente! – alcune riviste di architettura italiane stanno muovendosi in rete molto meglio rispetto a qualche tempo fa. In particolare la nuova Domus di Joseph Grima e il raffinati rimandi anche stilistici al mondo dei blog del penultimo Abitare web di Fabrizio Gallanti.

Sicuramente oggi, in questo paesaggio intellettuale variegato, la rete offre al pensiero critico strumenti di cooperazione e di possibile osmosi mai avuti prima: ad esempio, è partito da qualche mese l’esperimento NIBA – Network Italiano dei Blog di Architettura, coordinato da Rossella Ferorelli; inoltre Joseph Grima e Domus hanno organizzato una interessantissima serie di incontri/dibattito sul futuro della critica architettonica, Critical Futures #1 (London), #2 (Milano), #3 (NY, Storefront for Art and Architecture).

C’è anche da dire che viviamo un’epoca in cui tutte le arti (architettura, cinema, arte contemporanea, musica, design, comunicazione) sembrano essere in uno “stato gassoso” che permette contaminazioni e impollinazioni incrociate impossibili fino a solo pochi anni fa, e per le quali la multimedialità è ormai un dato acquisito.
Ho una certa curiosità di quali esiti potrebbe avere un serio esperimento di intelligenza collettiva e di “critica partecipata” in questo senso. Spero qualcuno se ne occupi, prima o poi: gli strumenti ci sono già.

 

4. Navigare su web implica uno spazio fisico?

Non direi che oggi navigare sul web implichi uno spazio fisico. Anzi. Abbiamo la possibilità di essere connessi praticamente ovunque, condividere comunicare, ricevere e trasmettere informazioni da qualsiasi luogo con copertura di rete.

In pratica, lo stesso concetto di navigare negli anni è diventato obsoleto: tendiamo sempre più ad essere parte attiva e ad interagire, ovunque ci troviamo, con la rete, attraverso dispositivi wireless sempre più piccoli e immediati da usare, capaci di amplificare i nostri sensi. Come dicevo, non dobbiamo neppure fare lo sforzo di entrare nel mondo virtuale: è la stessa rete che andrà ad arricchire la nostra percezione ovunque ci troveremo e in modi sempre più naturali.

Questo approccio ha delle implicazioni nuove, pensiamo al tema della privacy, che andranno seriamente affrontate e gestite.

5. La casa è un’app per abitare?

“La casa è una macchina per abitare” (la maison est une machine à habiter) è stata una delle frasi più celebri di Le Corbusier. Aveva senso eccome, questa metafora, nell’epoca della macchina: nel bene e nel male ha contribuito a far vedere l’abitazione come qualcosa di totalmente diverso rispetto al passato, che doveva essere al passo con la modernità anche nei suoi aspetti costruttivi e tecnologici. In realtà questo mito della “macchina architettonica” quando realizzato in senso letterale come edificio ha avuto delle pessime prestazioni in termini di durevolezza, tanto da rendere necessari continui restauri, un po’ come avviene per le navi o le auto d’epoca con cui condivideva alcuni materiali (queste ultime peraltro hanno il vantaggio di poter essere rimesse in garage).
Il concetto ha comunque ancora oggi il suo fascino, e c’è anche da dire che Ville Savoy (molto architettura e molto poco macchina) fa sempre la sua figura.

Ma il gioco “la casa è…” non è nato con Le Corbusier: abbiamo cercato, da sempre nel corso della nostra evoluzione, di rendere la realtà altro da sé. In fondo è quello che ci distingue dagli altri animali: lo stesso linguaggio non è che un tentativo di tirar fuori concetti dalle cose reali, indicandole con delle parole specifiche (parole che potremmo definire degli archetipi di link, di collegamenti ipertestuali ante-litteram che azionano parti del nostro cervello). E le metafore (come la machine à habiter) sono le figure retoriche più sofisticate inventate dall’uomo  – molto più delle similitudini, di carattere meramente logico – per collegare alle cose concetti loro apparentemente estranei. Anche lontanissimi.

In particolare la casa ha sempre rappresentato per noi qualcosa di fortemente simbolico, da connotare a seconda dei casi con gli argomenti più disparati. Pensiamo alle declinazioni che il grande concetto di casa ha avuto. Ne cito solo alcuni: la Casa del Popolo o la Casa del Fascio, la casa di Dio, la casa chiusa, la Casa delle Libertà (con il memorabile payoff guzzantiano “facciamo un po’ come cazzo ci pare”). E la casa come macchina eccetera.
Credo quindi non ci sia nessun problema ad accostare alla casa l’ulteriore interessante concetto di “app per abitare”.

Però. Tecnicamente una app, o applicazione, è un software. Le nostre case, almeno finchè avremo bisogno di un riparo fisico come esseri umani, avranno forse ancora, fondamentalmente, a che fare con l’hardware: cemento, acciaio, mattoni, vetro. Materiali. Spazio fisico, che possiamo costruire esperire toccare utilizzare. A meno che non intendiamo con “app” una metafora di funzione.

C’è da dire che la casa non è solo riparo, involucro.
In genere, la casa è sempre stata anche il nostro mondo personale. E molte delle cose che tradizionalmente teniamo in casa (ad esempio i dischi, o i libri, o i nostri archivi e i nostri ricordi, come le fotografie) e che rappresentano una importante proiezione del nostro “mondo casalingo” stanno migrando nei nostri account in rete. Potremmo dire che molto del nostro concetto attuale di casa potrà presto identificarsi con quello di account, magari un account unico, sicuro e personalizzato anche graficamente, che univocamente ci identificherà per accedere a tutta la nostra roba (musica, immagini, conti correnti, backup). Molte delle nostre “cose” saranno accessibili ovunque noi saremo, parte della nostra “casa” sarà sempre con noi, e contemporaneamente conservata in remoto, non so quanto al sicuro, nelle anonime serverfarm e data center in giro per il mondo.

La casa fisica diventerà sempre più un supporto, un palinsesto per i device – o per dirla con Diego per le App – che permettono di connetterci in tempo reale col resto del mondo. L’evoluzione di questi dispositivi si sta muovendo dalla concretezza fisica all’interfaccia pura, superfici sensibili al tocco ed al movimento che potranno essere integrate nell’architettura in modi oggi ancora impensabili, e su cui dovremmo incominciare a riflettere.

Sono molto curioso, prima di tutto come architetto, di quello che sta per succedere.
Ma sono anche convinto che qualsiasi applicazione o connessione in rete non potrà mai sostituire la connessione del progetto col suo contesto fisico e sociale, né tantomeno l’indispensabile rapporto umano.
E che una parte della casa non virtualizzabile è quella del soggiorno e del pranzo in cui ci si ritrova con i vecchi amici a chiacchierare (che è cosa ben diversa che chattare con uno schermo) brindando con un ottimo vino.

Brindo quindi virtualmente con tutti voi e, ringrazio di nuovo Diego per l’invito.

Luca Silenzi, 2 maggio 2011

One Comment

  1. Pingback: conferenza #1: la casa è un app per abitare? (sedimenti, alcuni) | l'architettura immaginata

Lascia un commento