“Architectural memes”: o dell’influenza, dell’eredità e della fretta in architettura

Non credo sia solo una mia impressione.

L’architettura globale, quella delle grandi opere e delle grandi firme internazionali, che riesce a trovare spazio anche nella stampa non specializzata, sta diventando sempre più simile a sé stessa. Forse a causa delle informazioni che arrivano in tempo reale nei nostri dispositivi sempre connessi alla rete, o forse proprio per la quantità ormai industriale di tali informazioni, spesso ci si sorprende a notare somiglianze, analogie, contaminazioni tra opere progettate da architetti provenienti da paesi diversi, a volte persino da diversi continenti.

Fino a qualche tempo fa era opinione comune che, dopo la fine delle Grandi Teorie e con identità nazionali sempre meno marcate, di fatto era l’individualismo dei singoli studi ad emergere, ciascuno impegnato a far crescere e amplificare la riconoscibilità del proprio brand rispetto alla concorrenza: un edificio di Gehry era immediatamente identificabile, non lo avremmo mai confuso con uno di Jean Nouvel, o Zaha Hadid, o H&DeM, o MVRDV: tutti con un loro approccio, un proprio personalissimo lessico. Fino a qualche tempo fa.

Oggi pare che le cose vadano diversamente: sempre più spesso opere firmate da studi diversi e pensate per luoghi distanti anche migliaia di miglia tra loro appaiono piuttosto simili.

Non si può negare, ad esempio, che c’è più di una similitudine tra le Amanora Apartment City/Future Towers di MVRDV, a Pune (India) delle quali si annuncia in questi giorni l’avvenuto inizio dei lavori, e il World Trade Center (nella versione 1, ma anche nella capovolta e ancor più interessante versione 2) di Vilnius, Lituania, firmato dai ragazzi di BIG nel 2008. Entrambi i progetti sono visibili nelle immagini poco più in basso. Non c’è che dire, si somigliano proprio. Anzi, il predecessore appare piuttosto motivato, adducendo svariate ed argomentate ragioni di “buon senso” alle scelte formali, mentre le Future Towers si richiamano stancamente a concetti piuttosto vaghi, se non consumati:

“The Future Towers project introduces lost qualities to mass housing: increased density combined with amenities, public facilities, parks and a mix of inhabitants resulting in a vertical city”

(dalla cartella stampa del progetto).

Un po’ poco, per una megastruttura da 1.068 unità abitative, che per dimensioni e proporzioni potrebbe essere assimilabile – con tutto il rispetto – a delle “vele di Scampia” agli steroidi, ricomposte e ruotate in varie direzioni [senza parlare delle visualizzazioni, al livello di un’immobiliare di provincia…].

MVRDV, Future Towers, 2011. Notare il parco desolante ai piedi dell’edificio, forse esito di una veloce post-produzione in Photoshop. ©MVRDV 2011

BIG, Vilnius World Trade Center vers. 01 (2007-2008), da "Yes is more", pp. 152-153, ©2009 BIG A/S

BIG, Vilnius World Trade Center vers. 01 (2007-2008), da "Yes is more", pp. 154-155, ©2009 BIG A/S

BIG, Vilnius World Trade Center vers. 02 (2008), da "Yes is more", pp. 156-157, ©2009 BIG A/S

In un confronto all’americana dei due progetti, si nota che la proposta di BIG, che anticipa di ben tre/quattro anni quella analoga di MVRDV e che è stata pubblicata tra le altre nel libro-manifesto “Yes Is More” (2009), appare molto meglio rappresentata, anche per mezzo di schemi compositivi e bellissime maquettes alle varie scale, ormai affermati tòpoi della firma.

Avevamo già affrontato questo argomento in “Bigness” nel settembre del 2009: facevamo notare come già nel 2008 la proposta vincitrice degli stessi MVRDV (affiancati dai danesi di ADEPT) per la realizzazione dello Sky Building a Rødovre, municipalità di Copenhagen, utilizzava soluzioni formali e metodo di rappresentazione per diagrammi degli schemi compositivi già tipico di BIG. Con la singolare coincidenza che, scherzo del destino, anche lo studio di Bjarke Ingels partecipò a questo concorso, perdendo di fatto contro le proprie stesse armi. Inoltre, sottolineavamo come la composizione per “derezzed blocks” o “cantilevering tetris voxels” approfondita da BIG con le sue “Lego Towers” del 2006 venne utilizzata anche da H&DeM per il progetto “56 Leonard Street” (2008), oltre che in parte da OMA per l’ampliamento del Municipio di Rotterdam (2009) e per un altro edificio alto a Manhattan (2008).

BIG, Lego Towers (2006)

Sky Building a Rødovre, municipalità di Copenhagen. ©ADEPT + MVRDV, 2008

H&DeM, 56 Leonard Street, NY (2008)

OMA, Mid-rise residential tower, NY (2008)

OMA, ampliamento Rotterdam Stadskantoor, NL (2009)

(cliccare sulle immagini per le rispettive fonti)

La domanda fondamentale è: cosa sta succedendo?

Cioè: possibile che la fretta di accaparrarsi nuove commesse sia, come spesso accade, cattiva consigliera? E’ giustificabile – parliamo delle torri di Pune di MVRDV – la sciatteria a certi livelli, e per progetti tanto importanti ed imponenti, oltretutto presentati come strani posaceneri su un contesto anonimo e senza vita? (ragazzi, siete pur sempre i fari del nostro mestiere, vedete di impegnarvi un po’ di più…)

Oppure, fuor di polemica e riferendoci alle similitudini sempre più vistose: si tratta forse di scambi di cortesie, di tributi più o meno palesi, di attestati di stima più o meno consapevoli nei confronti di colleghi o competitors? Perchè “copiare” un progetto altrui? Tornando al nostro esempio delle Future Towers: Winy, Nathalie e Jacob sono dei guru dell’architettura contemporanea, non si può dire che non sappiano muoversi autonomamente. E allora? Come si spiega tutto questo?

Il tema è complesso, e va affrontato per gradi.

Forse queste domande, che possono essere suscitate da una prima occhiata superficiale, sono mal poste. Le stesse nostre osservazioni del 2009 sui rapporti tra le opere di BIG, MVRDV e OMA potrebbero essere meglio approfondite. La questione fondamentale, la chiave di lettura è a ben guardare quella della trasmissione della cultura: intesa come idee teorie convinzioni istruzioni. Cui appartengono anche, perchè no, il linguaggio e le soluzioni spaziali/architettoniche/formali.

E’ il caso di dirlo: i tempi sono cambiati, anche solo rispetto a dieci anni fa.

Idee, teorie, convinzioni, istruzioni oggi vengono trasmesse in maniera diversa rispetto a ieri. E il linguaggio architettonico evolve, muta e si trasforma più velocemente di prima.

Proviamo ad analizzarne i motivi.

Fino a qualche anno fa gli oggetti di attenzione della critica architettonica e delle riviste (unici media che si occupavano di noi) potevano essere l’opera costruita – la cui progettazione poteva essere cominciata anni o lustri prima – o le pubblicazioni teoriche/i manifestos degli architetti/autori. Oggetti in ogni caso scarsamente attinenti all’ “oggi”, al quì-e-ora: vedevo pubblicato ciò che avevo scritto magari mesi prima, o completavo/inauguravo un edificio in cui ero stato impegnato per anni. Nel frattempo stavo lavorando a progetti che avrebbero visto la luce (e gli strali o gli allori della critica) molto tempo dopo. Non si parlava ancora di teaser, di sneak peeks, di anticipazioni o sbirciatine sul lavoro in fase di studio. Non c’erano i siti di architettura, o i blog, in cui un progetto o un testo può essere pubblicato in tempo reale e senza intermediari. Oggi sì. E questo cambia tutto.

Non è un dettaglio: abbiamo assistito in pochi anni ad un radicale mutamento di prospettiva temporale. L’architettura, fino a qualche anno fa la più longa delle arti, in cui c’era ampio margine – in Italia forse anche troppo – per la maturazione di pensieri e riflessioni, è diventata anch’essa qualcosa di fruibile in tempo reale. I filtri si sono assottigliati, spesso annullati. Assistiamo giornalmente allo sviluppo delle varie fasi di progetto di un edificio che ci interessa, e possiamo ammirarne o discuterne l’evoluzione, perfino osservarne le fasi di cantiere. Possiamo anche dichiarare a chi vogliamo, o al mondo intero, se quel progetto ci piace, o commentarlo. E tutti possono farlo, non solo i critici propriamente detti. Si è parlato di vouyerismo pornografico nelle pubblicazioni di architettura on-line, e forse è così. E’ un segno dei tempi, non starei troppo a scandalizzarmi: semplicemente, prima non c’erano i mezzi tecnici per fare tutto questo.

Vale anche per la teoria: molti saggi o testi teorici, prima di essere pubblicati su riviste autorevoli, erano già da settimane nei blogs dei rispettivi autori, e il dibattito intorno a quelle idee magari è iniziato proprio nei commenti in calce al post originale. Anche lo stesso concetto di autorevolezza si sta via via spostando dalla carta stampata alla rete, ora che le modalità e le interfacce di accesso ad internet diventano più comode da usare (pensiamo agli e-book reader e agli iPad). Non oggi, ma tra qualche mese, quando qualcuno inizierà sul serio a diffondere contenuti multimediali – e non solo mere riproposizioni in pdf del cartaceo – da sfogliare e manipolare con gestures multi-touch dal nostro iPad, temo che allora le riviste fisiche saranno insostituibili solo per l’inebriante profumo della carta alla prima apertura (i libri no, con loro per fortuna non c’è gara…).

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi: cosa c’entra la diversa modalità di trasmissione della cultura e dell’architettura contemporanea con i vari “cloni” architettonici che vediamo, per ora solo progettati, in giro per il mondo? C’entra, eccome. E non si tratta di cloni.

La maggior parte della cultura dominante – parliamo anche di cultura architettonica – non è pensiero originale e geniale. Le idee, e il pensiero umano in generale, si formano con la composizione/scomposizione di informazioni che esistevano prima di noi ed entrano presto o tardi nella nostra testa per poi trasmettersi di nuovo agli altri, magari con qualche variazione.

Qualcuno ha provato con successo a fare una similitudine tra il modello evoluzionistico che spiega la maniera di trasmettere l’eredità genetica negli organismi viventi e il modo in cui avvengono le evoluzioni culturali. Se il gene rappresenta l’unità ereditaria fondamentale negli esseri viventi, nel 1976 Richard Dawkins nel suo testo ‘Il gene egoista‘ introduce un concetto analogo di unità elementare di trasmissione/replicazione della cultura, chiamandola “meme” (in realtà un concetto già anticipato da William S. Burroughs nell’affermazione “il linguaggio è un virus”, nel romanzo “The ticket that exploded” pubblicato nel 1962). Questi “memi” sono unità di trasmissione (o se vogliamo infezione) culturale, che possono assumere noi o altri media – comunque supporti di memoria, biologica o tecnologica – come vettori.

http://www.benckenstein.com/digital-media/swine-flu-susan-boyle-and-the-network-multiplier-effect/

E’ una teoria affascinante. I memi sono idee o parti di idee – come una lingua, una consuetudine culturale, una religione, una melodia, un valore estetico, un approccio teorico, una particolare soluzione tecnica, o architettonica o formale – che, trasmesse da mente a mente e associate tra loro, acquisiscono una sorta di vita autonoma e manifestano una loro caratteristica capacità di diffusione e replicazione. Si arriva, in certi casi, ad una cosiddetta “ripetitivitè infettiva” del meme, che assume i tratti ben noti del tormentone.

Sarebbe più esatto dire, secondo la definizione originale di Dawkins, che un meme – termine che trae origine dal greco mνήμης (mnimis), “memoria” – è “ciò che è imitato”. Ogni informazione che, una volta imitata, subisca variazioni e venga poi selezionata nel processo evolutivo “produrrà progetto” (con le parole di Susan Blackmore), un passo avanti. Cioè: copia con variazione e selezione. Quindi, rispetto al modello “creazionista” – ancora oggi assai diffuso nell’ambiente, appunto, “creativo” – siamo agli antipodi: molto più spesso di quanto non crediamo, per guardare più lontano si sale “sulle spalle dei giganti”. Lo aveva intuito Isaac Newton, già due secoli prima di Darwin.

Ci sono memi con innumerevoli tentativi di imitazione, altri memi invece non destano interesse. Potremmo dire che esistono pertanto dei memi “forti”, similmente ai caratteri dominanti in campo genetico, cioè con alta capacità di diffusione e replicazione; e memi “deboli”, con scarsa o nulla capacità di diffusione e replicazione: sono idee magari buone in sé, ma che non hanno successo. In generale memi aggressivi tendono a prendere il posto di quelli più mansueti (nella realtà, ne parlavamo qualche giorno fa con Paolo Bettini, non è sempre vero: si veda il Pritzker 2011 assegnato all’elegante e tranquillo Souto De Mura…).

La forza delle informazioni replicanti, o se vogliamo delle idee, o dei memi può essere potenzialmente devastante: rispetto ad altre specie viventi l’uomo è l’unica creatura che sacrifica il vantaggio dei geni (il proprio “summum bonum” biologico) in nome di un’idea: pensiamo all’idea della crescita irrefrenabile, del progresso, del capitalismo, della carriera a tutti i costi, del proprio credo religioso a scapito del benessere anche solo personale. Quindi, un meme “forte”, che tende a riprodursi in maniera virale ed esponenziale attraverso di noi, riesce persino a sopraffare il nostro stesso istinto di conservazione.

A onor del vero, diciamo che sebbene a volte rasentino l’ideologia, i memi architettonici non sono poi così pericolosi. Direi che conviviamo piuttosto pacificamente con questi “parassiti” nella mente: certo, qualcuno ha sofferto per aver subìto ad esempio il meme della machine à habiter, ma nessuno, credo, morì mai per questa cosa. Magari ha assaporato memorabili momenti di suspence nel percorrere le buie e interminabili roues intérieures, o vissuto davvero scomodo per qualche anno, prima di trasferirsi in locali più confortevoli…

Per i motivi di cui parlavamo prima, e cioè per il fatto che oggi più di ieri qualsiasi idea può viaggiare da cervello a cervello non solo con mezzi fisici, com’è sempre stato, ma anche in tempo reale attraverso la rete e con diffusione istantanea verso un vasto numero di destinatari – così come avviene per i virus che si propagano attraverso i voli aerei da continente a continente – i memi hanno ora possibilità decisamente maggiori di trasferirsi e di attecchire. E tanto più in architettura, che come abbiamo visto è anch’essa diventata una forma di comunicazione veloce rispetto alla sua storica “lentezza”. Per cui può benissimo capitare che committenti lontani ore di volo dal nostro studio diranno di aver visto su ArchDaily o su Dezeen – che rappresentano il “mainstream 2.0″ – quell’edificio dalla forma particolare, e ci chiederanno di progettare per loro qualcosa di simile. Spazzando via, magari, i memi più mansueti che volevamo inoculare loro con la nostra proposta.

Evidentemente ci sono in giro soluzioni architettoniche che funzionano globalmente meglio di altre, per lo meno nella testa dei progettisti, o dei committenti, o delle commissioni di giuria dei concorsi. Memi più forti rispetto alla concorrenza, memi formali supportati da altrettanto agguerriti memi teorici, in lotta per l’egemonia finché non saranno soppiantati da altri memi. E così via.

Quindi.

A discolpa delle somiglianze quasi imbarazzanti tra alcuni progetti, come ad esempio quelli sopra citati di OMA, H&DeM, MVRDV con gli “archetipi” di BIG (ma si potrebbero fare ulteriori similitudini per altri progetti e altri progettisti), è riduttivo pensare di trovarsi davanti a fenomeni di banale emulazione, o peggio di plagio: potremmo piuttosto affermare di avere assistito in questi anni ad un processo di ripetitivitè infettiva, ad esempio del meme “derezzed”/”cantilevering tetris blocks”, o del meme della “composizione ad albero estruso” del tipo delle Future Towers/WTC. I nostri beniamini non c’entrano: loro malgrado sono stati utilizzati come vettori da parte di memi architettonici dominanti, che si sono insinuati in maniera virale e virulenta nei terminali (e nelle menti) di insospettabili capi progetto, con gli esiti che conosciamo.

Ma c’è dell’altro.

Negli esempi che abbiamo citato, e che non abbiamo certo scelto a caso, il “contagio” è avvenuto ancor più velocemente, quanto magari in maniera del tutto automatica ed inconscia, per un altro, decisivo motivo. Tutti gli studi – tranne H&DeM, comunque interessati dall’infezione – hanno una matrice comune, un denominatore condiviso. Che rappresenta, di fatto, l’origine di gran parte delle pandemìe di memi architettonici cui stiamo assistendo ai tempi della fast-architecture. Si tratta, forse, dello spartiacque dopo di cui nulla è stato più, davvero, lo stesso.

Parliamo di Rem Koolhaas/OMA, lo studio di progettazione che ha avuto il più vasto numero di spin-off di successo nella storia dell’architettura di tutti i tempi. Da mesi cercavamo di completare una mappa delle connessioni, ma Paul Makovsky su Metropolis ci ha risparmiato la fatica con una splendida infografica (fonte Metropolis Magazine: http://metropolismag.com/story/20110117/baby-rems )

(courtesy and ©Metropolis Jan 2011; grazie a Conrad Newel per la segnalazione)

Koolhaas/OMA rappresenta nel bene e nel male il più imponente incubatore di cultura architettonica degli ultimi decenni, capace di inoculare direttamente o indirettamente nel suo staff una quantità enciclopedica di informazioni, approcci, metodi di lavoro (memi?) oggi ampiamente diffusi in tutto il mondo, oltre che per proprio merito, anche per mezzo dei suoi epigoni. E’ interessante notare come molti ex dipendenti o allievi di Rem si siano conosciuti nel suo studio, per poi formare un sodalizio umano e professionale autonomo (un po’ come accadde ormai quasi un secolo fa nello studio di Peter Behrens: non dimentichiamoci che il Moderno è partito, fondamentalmente, da lì). Molti di loro si sono anche sposati, o convivono come coppia stabile. Certo è che alcuni di essi in particolare – come Zaha Hadid o MVRDV, appartenenti alla “prima generazione” di figli professionali di Koolhaas, oppure Jeffrey Inaba o BIG, della seconda generazione – hanno rappresentato e rappresentano dei veri e propri laboratori di ricerca memetica in cui si producono a pieno ritmo teorie, idee e architetture diverse ma simili allo stesso tempo, tutte con un’unico zoccolo fondativo alla loro base. Esperimenti più o meno di successo, autorevoli mutazioni dagli altrettanto autorevoli ceppi di origine che stanno incidendo, di fatto, gli skyline delle città di tutto il mondo.

Quindi potremmo dire di assistere ad una più intensa manifestazione di “ripetitivitè infettiva” – come si è detto già ampiamente favorita dalla rete e dalle comunicazioni sempre più veloci – laddove sussistano particolari rapporti culturali tra gli infettati, e cioè l’appartenenza ad un network consolidato (stesso background formativo, stessa appartenenza – presente o passata – a specifici gruppi di lavoro). Anzi. “Stesso background” e “network globale” rappresentano due fattori che, insieme, creano sinergìe fino ad oggi impensabili. A complicare ulteriormente le cose, il fatto che gli head-hunter dei maggiori studi di architettura del mondo sono pagati per sedurre ed attirare i migliori dipendenti della concorrenza, con relativo trasferimento di assets culturali tra competitors. A mio avviso questo fattore riesce a produrre ancora maggiore arricchimento, in altre parole un’ulteriore possibilità di impollinazioni incrociate

Inutile dire che gli esiti migliori – e cioè l’evoluzione – si hanno laddove tale ripetitivitè conduce a mutazioni rispetto al ceppo originario, con la creazione di ulteriori, inediti memi di successo. Anche per questo motivo, chiudendo l’esempio, assistiamo a similitudini di approccio – ma anche a mutazioni assolutamente rilevanti – negli epigoni di OMA/Koolhaas di prima e di seconda generazione.

L’amico Conrad Newel, l’autore del blog “Notes on becoming a famous architect”, con l’ironia che lo contraddistingue, consiglia vivamente a tutti i giovani architetti che intendono intraprendere una vita di successi di cercare ad ogni modo di entrare nello staff di Koolhaas, e una volta all’interno, di legarsi sentimentalmente con un/una collega e aprire un proprio studio. Pare che porti fortuna.

In conclusione.

Siamo forse di fronte all’esatto opposto della “banalizzazione” dell’architettura, e cioè alla estrema, trionfante evoluzione dell’individualismo del brand, che si autoriproduce e si trasmette viralmente nei propri epigoni, o sub-brand, o spin-off, quasi fosse una sorta di automatismo riproduttivo mutante? Apparentemente sì.

Quello che possiamo notare è che, ogni tanto, nel gioco delle variazioni e mutazioni successive, anche grazie alla comunicazione compulsiva che caratterizza i nostri giorni, riaffiorano i caratteri simili tra proposte apparentemente diverse e di differente, presunta paternità, tutte però in certa misura debitrici rispetto ad una comune radice.

Chiudo citando il filosofo Ralph Waldo Emerson:

“La chiave di ogni uomo è il suo pensiero. Benché egli possa apparire saldo e autonomo, ha un criterio cui obbedisce, che è l’idea in base alla quale classifica tutte le cose. Può essere cambiato solo mostrandogli una nuova idea che sovrasti la sua”.

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Post-scriptum

P.S. 1) Per una trattazione assai più esauriente del tema “evoluzione e architettura”, in cui si parla più diffusamente anche di memi architettonici, c’è un bellissimo saggio diPaolo Bettini, “Evoluzione”,tra le sue imperdibili lezioni: http://www.unich.it/progettistisidiventa/LEZIONI/Evoluzione.htm

Direi che il primo a parlare di “memi architettonici” nella nostra lingua è stato proprio Bettini. A parte il suo e il mio testo, non mi risulta esistano altri scritti in italiano sull’argomento (almeno cercando in Google). Nelle altre lingue ci sono molti testi scientifici interessanti sulla “protoscienza” memetica, un argomento ancora “giovane” e tutto da approfondire. C’è stato anche qualche tentativo di accostare l’argomento all’architettura: ma, per mia personale avversione, sconsiglio i testi in inglese di Nikos Salingaros e seguaci, che pure parlano di “architectural memes”, ma con una tristissima torsione dell’argomento in chiave anti-modernista. Sono un relativista, avranno anche loro ottime ragioni, ma non mi sento di condividerle. Anche perchè, per coerenza da buon amante della tradizione, Salingaros dovrebbe viaggiare in carrozza, anzichè – come dicono – in una splendida Audi A8.

P.S. 2) Di seguito una interessante talk del filosofo Dan Dennett, che dalla storia di una formica dimostra l’esistenza dei memi e la loro potenza come diffusori virali di idee:

P.S. 3) Dato che spesso mi annoiano, non mi sono volutamente addentrato nelle questioni polemiche intorno all’architettura cosiddetta “iconica” e alla sua presunta “deriva” (tema peraltro già affrontato nella nostra nota su Marc Augé qualche tempo fa): cerco semplicemente di capire perchè alcune soluzioni formali, nei casi migliori supportate anche da interessanti riflessioni sul rapporto di quelle forme col contesto, hanno oggi più successo di altre nel mercato (sì, mercato) dell’architettura internazionale. E, perdonatemi, se me lo chiedo evidentemente è perchè – Bettini a parte – non se ne occupa nessuno in modo convincente…

P.S. 4) Stiamo ovviamente parlando dall’interno della “turris eburnea” in cui noi architetti amiamo confrontarci: se di diffusione di memi si tratta, tale “infezione” è purtroppo limitata alla ristretta cerchia del club. Sarei molto più felice se la pandemia di edifici col tarlo delle buone idee architettoniche interessasse una parte più cospicua del paesaggio costruito. Avercene di copie di Koolhaas, o di H&DeM, o di Zumthor. Se guardiamo intorno a noi, purtroppo non è proprio così: evidentemente il “meme della mediocrità” risulta assai più virulento di quanto spereremmo.

P.S. 5) Forse non avranno copiato da nessuno, o forse Luxigon ci sta abituando troppo bene, ma con tutto il rispetto il parco delle Future Towers di MVRDV grida vendetta (per restare in tema, speriamo vivamente rappresenti un “meme debole”…).

Luca Silenzi, marzo 2011

8 Comments

  1. potremmo inserire nel discorso anche questa famosa opera di Gabetti & Isola?
    http://www.guidacomuni.it/vedifoto.asp?quale=165&id=15192&foto=1
    ma forse andrebbe bene anche questa opera di Sabbatini che risale fino al lontano 1930
    http://gaiarinaldelli.it/siti/percorsiMunicipio3/casaSole.html
    ma allora forse, il nostro Rhem sarebbe solo anche lui un produttore rilanciatore di memi altrui?

  2. Luca Silenzi

    Giulio, ciao!
    Di esempi sulla tua falsariga se ne potrebbero fare ulteriori, guardando ancora più indietro nel tempo: ad esempio Casa Scheu di Adolf Loos a Vienna, o alcuni splendidi edifici “espressionisti” in klinker bruno di Fritz Hoeger ad Amburgo nei primi del ‘900…

    Nessuno è originale in assoluto. Tutti noi siamo – consapevolmente o inconsapevolmente, in modo palese o nelle pieghe del metodo che utilizziamo – debitori rispetto a qualcun altro per ciò che sappiamo fare, o per il nostro modo di affrontare un progetto. Almeno, a me pare che le cose vadano in questo modo. E che la “creatività”, in fondo, consista nel saper utilizzare gli strumenti e le informazioni a disposizione con risultati non banali.

    Come già detto nel testo: “le idee, e il pensiero umano in generale, si formano con la composizione/scomposizione di informazioni che esistevano prima di noi ed entrano presto o tardi nella nostra testa per poi trasmettersi di nuovo agli altri, magari con qualche variazione”.
    Mi intriga il fatto che, oggi, questa staffetta di informazioni da una testa all’altra (in un certo senso, come detto, indipendente dal portatore) viaggia a velocità finora inaudite e conduce a mutazioni o esercizi di stile interessanti (quando non diventano “ipertrofici posaceneri bianchi”, si intende…)

    In ogni modo, benvenuto!

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  7. A distanza di qualche anno mi sono ricordato di questo articolo quando è uscita fuori la questione di plagio tra le Supertrees di Singapore e L’Albero della Vita del Padiglione Italia.
    N eparlo qui
    http://www.amatelarchitettura.com/2014/12/lalbero-della-vita-il-diritto-dautore-in-architettura/
    ciao

    • Giulio grazie del link!
      Se hai interesse per l’argomento, dopo quell’articolo che tu hai gentilmente citato il tema della diffusione “pandemica” dei “tropi architettonici” è stato poi approfondito in altri scritti:
      – sul numero 956 di Domus (marzo 2012) con la mia op-ed “Conosci il tuo [archi-]meme” correlata da un albero tassonomico realizzato dagli amici di Density Design (PoliMI): http://www.domusweb.it/it/opinioni/2012/03/21/conosci-il-tuo-archi-meme.html

      – Sempre sul mio blog, dicembre 2013, quando ho cercato di circostanziare il concetto di “copia” distinguendolo dalla “fan-fiction” di basso profilo con “Doppelgänger VS cosplay”: http://spacelab.it/theblog/2013/01/03/doppelganger-vs-cosplay/

      – Sul numero 5 di STUDIO, ‘IMPORT-EXPORT’, con un mio saggio intitolato “Reverse engineering of architectural tropes: working hypothesis for a phylogenetic map of architectural language in the super-sharing era”: http://www.rrcstudio.com/studiomagazine_studio05 (non si trova in rete, se vuoi ti giro il testo via PM)

      Grazie ancora, e padron per il feedback tardivo…

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