Marc Augé e “L’Architecture Globale”

(English text: Starchitects Vs Star-Anthropologists)

E’ stata pubblicata nei giorni scorsi in “Wilfing Architettura” di Salvatore D’Agostino la traduzione italiana, apparsa su “Internazionale” n. 821 (pp. 84-85), del breve saggio di Marc Augé “L’architecture globale”, pubblicato da Le Monde lo scorso 18 ottobre.
L’antropologo francese, grande osservatore della “surmodernité” e spesso preso a prestito teorico per ulteriori divagazioni di architetti ed urbanisti, si inoltra in una severa riflessione sull’architettura ‘iconica’ e “la sua deriva estetica/commerciale”.

Rimandando all’articolo su Wilfing per una lettura completa, mi permetto qualche riflessione anch’io.

 

Augé dice giustamente che “il mondo sta diventando un’immensa città”. Nulla di più vero. Ma ho qualche dubbio sulla tesi che “il potere demiurgico dell’architetto è un segno dei tempi”. Anzi, come ho già avuto modo di dire (quì e quì, in parte anche quì), ho seri dubbi proprio sull’esistenza di questo “potere demiurgico”. Ovviamente è una mia opinione, ma provo ad argomentarla meglio.

Questa “immensa città” è costituita, oltre che dal tessuto connettivo delle reti di comunicazione e di trasporto e dello spazio pubblico, principalmente da aggregati – più o meno concentrati e organizzati – di unità elementari: gli “edifici”, cioè gli oggetti privilegiati della nostra attenzione professionale.

Gli edifici, se vogliamo fare un’analogia col mondo della scrittura, potrebbero essere distinti in tre grandi gruppi: poesia, prosa e balbettii sgrammaticati.

La poesia è appannaggio dei poeti. E di poeti, purtroppo, ce ne sono assai pochi, e appagano gli occhi e altri sensi quando li vediamo all’opera. Li riconosciamo subito, hanno un linguaggio e un modo di esprimersi personale, riescono spesso a viaggiare anni luce davanti a tutti e aprono la strada a nuove, inattese prospettive. Ai poeti possiamo perdonare persino qualche licenza o noncuranza, non importa se piove nel Reichstag di Sir Norman Foster o nell’edificio del MIT di Gehry. La poesia non bada ai capricci del Meteo, e sono i poeti, i visionari e i sognatori a dimenticarsi spesso dell’ombrello.

La prosa potrebbe essere rappresentata da tutta quella produzione di qualità medio-alta, non necessariamente aulica e neppure troppo di ricerca, che comunque ha un senso compiuto, una sua riconoscibilità storico-tecnica, una corrispondenza mirata tra forma, funzione e performance tecnologica.

Poi c’è la grande massa di “edilizia corrente” che circonda le grandi città e pervade in maniera capillare le periferie, un rumore di fondo cui siamo ormai abituati, composto in buona parte da ciarpame a tratti insopportabile, balbettante o stridulo, che rappresenta in blocco oltre il 95% della produzione edilizia mondiale.

Questa mia semplificazione “poesia-prosa-ciarpame sgrammaticato”, forse un poco manichea (in realtà un edificio o anche solo una sua parte potrebbe avere un diverso grado di appartenenza a più di uno di questi insiemi, ma evitiamo di approfondire la logica fuzzy), conduce ad ulteriori considerazioni anch’esse del tutto personali sul testo di Marc Augé. Tralascio volutamente tutta una serie di riflessioni sulle banalità espresse da Augé su ‘ Archistar (sic) e le questioni dell’Alloggio e del Risparmio Energetico ‘, presenti nella seconda parte del testo, che meriterebbero una trattazione a parte:

1) Augé finge di non capire che la città pervasiva alla scala mondiale di cui parla appare – se guardiamo ai numeri – assai poco “firmata” da architetti del cosiddetto “star system”, dai poeti del linguaggio architettonico, da urbanisti internazionalmente riconosciuti: la grande maggioranza degli edifici che formano lo skyline delle città dell’occidente e dei paesi emergenti è pressoché anonima (tranne rarissimi esempi che rappresentano, nel totale degli edifici oltre una certa soglia di impatto visivo, percentuali che non riescono ad arrivare all’unità); ci troviamo di fronte ad una sorta di “international style” dell’immobiliare urbano medio, quando non mediocre. Per non parlare di quello che accade nelle periferie e in “provincia”.

2) L’osservazione 1), se assunta come premessa, conduce ad una ulteriore riflessione: Augé, forse per il vasto consenso che ha avuto proprio tra noi architetti, si sta avvelenando del nostro stesso male. Cioè credere che noi architetti siamo in grado, oggi, di incidere in modo drastico nella realtà. Nel mondo reale, invece, gli architetti – ahinoi, o forse buon per noi – occupano un ruolo marginale, teoricamente imponente ma nei fatti quasi trascurabile, data la “forza bruta” in rapporto percentuale del “rumore bianco” che ci circonda.

3) Secondo me, si sta confondendo il “media coverage” di cui godono molti architetti (poeti, ma anche prosatori) con l’effettiva popolarità presso il “grande pubblico” dei non-iniziati e della gente comune: “Architetti celebrati”… sì, ma da chi? Davvero dalla “gente”? Di certo non facciamo sforzi per essere una categoria “popolare”…

4) Quindi: non vedo assolutamente il problema di un “eccesso di architettura” (magari ce ne fosse…). Vedo invece il problema di un eccesso di retorica autoreferenziale nell’architettura. E lo vedo proveniente non solo dagli stessi architetti, che è anche comprensibile, ma molto spesso anche da parte di chi scrive di architettura, uomini di cultura, taluni opinion maker, certa critica ufficiale e non (non vorrei generalizzare, ma spesso è così). E ora anche gli antropologi.

Si parla forse troppo di architettura, ma gli effetti concreti dell’architettura sul mondo possono ben dirsi trascurabili, oltre che scarsamente analizzati.

5) Altro dettaglio a mio avviso impreciso: un edificio è un edificio, e in genere tranne qualche fortunatissimo caso non riuscirà ad assurgersi a sineddoche fattuale (in positivo o in negativo) della città, anche se firmato da una “archistar”. La città è un’altra cosa. L’icona può rappresentare il testo, ma non lo sostituisce. Gehry non ha certo risolto tutte le criticità di Bilbao, non priva ancora oggi di lati oscuri (certo, senza dubbio è migliorata, ma non solo per merito del Guggenheim). Gehry a Bilbao ha rappresentato sé stesso, molti di noi vanno in quella bellissima città anzitutto per vedere Gehry. Ammettiamolo, una buona volta.

6) Dove voglio arrivare: credo che stiamo assistendo sempre più spesso ad una deformazione della realtà. Gli architetti, a mio avviso, fanno gli architetti. Possono farlo bene, o male, essere banali o eccezionali, ma di certo non dovrebbero prendersi carico di tutto ciò che nel mondo non funziona.

Nei fatti, la responsabilità di un profondo ripensamento di quel 95% sgrammaticato/inefficiente/scoordinato delle nostre città – vero, sempre più interconnesse e collegate tra loro – e dell’ambiente in cui viviamo,  andrebbe più giustamente fatta pesare sugli amministratori politici e sugli stakeholder economici che muovono (o non muovono) risorse e attendono (o ignorano) riscontri, piuttosto che sugli architetti, i quali non hanno voce concreta in capitolo se non delegati dai primi.

Gli architetti – quando interpellati a farlo – mettono in forma decisioni politiche e processi economici. Certo, politica, economia e architettura potranno discutere, ispirarsi reciprocamente e confrontarsi per realizzare proposte condivise. Ma la responsabilità reale delle decisioni concrete se la accolli chi effettivamente è delegato dal popolo o investe risorse, che alla fine dei giochi è la nostra controparte. E che spesso le sue decisioni le ha prese e le prenderà in nostra assenza.

A meno che non ci riduciamo a complici di questa situazione, il che riconduce alla meschina figura di architetto come espressione di rapporti di potere, quindi non più autonomo e ben lungi dall’essere demiurgo: un fantoccio nelle mani dell’imprenditore e del politico di turno. Più che, con le parole di Augé, “incarnare il cammino della Storia” (con la S maiuscola), mi sembra che un siffatto professionista, sebbene “acclamato”, stia rappresentando una sua storia (minuscola), a volte interessante, altre banale o piuttosto squallida. Tutto quì. Senza incidere significativamente nel corso delle cose.

Finché continuiamo – e continuano – a rappresentarci come le “mosche cocchiere” dell’Universo, e a noi sta bene così, non credo si faccia molta strada.  A meno che non vogliamo perseverare a compiacerci ed autocelebrarci tra noi nelle nostre biennali, mostre e convegni sulla Fuffa.

Mentre noi restiamo – sopratutto in Italia – ai margini del mercato dell’edilizia, il mondo è là fuori e va per la sua strada. Che ha sempre troppo poco a che vedere con la poesia, e certo non per colpa di Koolhaas, Winy Maas o Gehry, che fanno quello che possono.

Antropologi permettendo….

(l’immagine in alto, della serie off topics, è un tributo “costruttivo” a Barbara Kruger)

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Qualche link:

Wilfing Architettura – L’architettura globale secondo Marc Augé

Marc Augé (Le Monde) – L’Architecture Globale

Paolo Bettini (Progettisti si diventa) – “Architetto”

Spacelab – “Cari architetti, la vostra roba mi ha stancato”

Spacelab – “Risolvere i Problemi dell’Umanità: il Fuffas-Pensiero”

Spacelab – “Bigness”

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Bonus track (30/11/2009)

Abitare ha pubblicato venerdì scorso nella sezione “The Reader” un articolo sulla nostra nota ‘ Marc Augé e “L’Architecture Globale” ‘.

Quì il link all’articolo in italiano.

Here the english link.

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